mercoledì 4 giugno 2008

Il colore del sole macchiato di nero

Carissimo Giallo,

Visto il tuo ultimo commento, questo inserto lo dedico direttamente a te, in mondolettura. Mi lusinga sentire che la pattumiera letteraria inglese non produca niente che ti appaghi più del mio impudente blog. E forse sei l’unico motivo che mi spinga a scrivere qualcosa qua e là occasionalmente. Così, oggi mi ritrovo a rileggere un libro nero che mi regalasti nell’ormai lontano 2002. La prima pagina nera, scritta con quella penna argentata, riporta: “A Maria Luisa, per l’amore e l’affetto, con tutta la musica che posso mostrare”. Era la tua raccolta di poesie. Non mi stanco mai di leggere l’ultima, la più bella:

M
Come accordi di violini
Stanchi, spenti
O come puro ritmo
Sciolto
Tra la bianca indifferenza
Tu sei l’unica che mi smuove
(e potrei, muto per sempre
Riuscire a parlarti)

Sotto, scrivevi che la poesia era dedicata a me e a "Mother" dei Balanescu Quartet, insieme ad altre cose che iniziano per M. Interessante che proprio in questi giorni stia riflettendo sulla figura della Madre. Su quella donna con le ginocchia spezzate e gli occhi gonfi per noi, che ci cresce senza pretendere neanche un grazie in cambio. Quella donna che diamo per scontato ci dia tutto, ma che detestiamo non appena ci toglie anche un solo palloncino dalle mani. Anzi, detestiamo lei anche quando è qualcun'altro a toglierci il palloncino, perché è su lei che scarichiamo ogni rabbia repressa. E spesso ci ricordiamo troppo tardi che quando non c'è lei, non ci sarà nessuno a porgerci il fazzoletto per soffiare il naso.
Ricordo quando tu mi chiamavi pur sapendo che io ti avrei rimproverato. A volte sembrava provassi piacere nel sentire il mio disappunto e le mie raccomandazioni difficili da seguire. Sapevi che non saresti riuscito a seguire i miei consigli, ma volevi ascoltarli ugualmente. E mi scrivevi fiumi di lettere per esprimermi i tuoi moti interiori, e attendevi con ansia le mie risposte pur sapendo che non avresti ricevuto parole compiacenti ma spesso aspri colpi di disapprovazione. Ti sei mai chiesto perché tu desiderassi questo?

Spero tu abbia sempre qualcosa di edificante da leggere. E da credere.

Maria Luisa

giovedì 15 maggio 2008

Nel buio dell'ignoranza

Era un pilota dell’età di mio padre. Aveva affrontato mille viaggi e combattuto la guerra del Golfo. Lascia una figlia venticinquenne e due figli appena adolescenti. Breve e inconcepibile la fine di quest’uomo, travolto insieme alla sua bici dalla mazda di una giovane mentre raggiungeva il suo elicottero. Sembra suggerire che il pericolo non sia volare, ma restare a terra.
In un aeroporto nelle vicinanze di Cremona, ho assistito oggi alla cerimonia di saluto. La sua bara aperta, lui protetto da un pizzo bianco. Tanta gente che lo toccava per poi fare automatici segni strani colpendosi spalle e fronte e baciandosi le mani. Un uomo con il collare e una sciarpetta viola sembrava leggere poesie mentre la gente intorno continuava a toccarsi settariamente e a ripetere un ritornello meccanicamente. Io assistevo in osservazione. L’ometto viola confortava parenti e amici dicendo che adesso il caro pilota, avvezzo al volo, risiede ancora più in alto, perché accolto dalla luce del cielo. Perché? Perché era una cara, brava, buona, generosa persona. Perché basta essere buoni per andare in paradiso. Sarebbe interessante trovare il decalogo della bontà, per capire i principi in base ai quali si rientra nella categoria dei buoni e quelli secondo i quali invece saremmo cattivi e condannati. Qualcuno dovrà pur averli stesi, altrimenti come fanno i preti a determinare chi va dove? Dante ci ha provato, ma se valessero i suoi principi, l’inferno sarebbe gremito e il paradiso deserto. Invece, sentendo le omelie dei funerali, sembrerebbe che l’inferno sia prerogativa degli ergastolani. E forse neanche loro, perché in fondo erano buoni e hanno agito per sbaglio, una svista direi. Poi si sono perfino confessati. Quindi forse l’inferno è solo per i pluriomicidi impenitenti.
Dietro la bara, la rappresentazione di un altro morto. Un morto per morte di croce. La più tremenda. Perché sta lì? Se è vero che si è immolato, perché lo ha fatto? A cosa è servito il suo sacrificio? Purtroppo o per fortuna, ladies and gentlemen, il regolamento che determina chi va su e chi va giù, chi risiede nella luce e chi nel buio, lo ha scritto lui. E la regola è solo una, nessun decalogo, e tutti quelli che non seguono quell’unica regola, buoni, prodighi e benefattori che siano, sarebbero destinati alla morte eterna. È scritta e tradotta in tutte le lingue del mondo. Peccato che nessuno abbia voglia di leggerla.

lunedì 12 maggio 2008

Alla ricerca del tempo perduto

Dopo una gradevole serata di aperitivi luculliani e gelato artigianale nell’aria esotica e salmastra dei navigli milanesi, mi avvio verso casa in compagnia di alcuni amici. È tardi, e la frequenza dei mezzi pubblici è dilatata. “Accidenti, ora avremo un bel po’ da aspettare” – dice qualcuno dopo aver consultato la tabella degli orari. Mi permetto di inquisire su quanto sia eterna questa attesa lungo una vecchia e silenziosa via del centro. “Dieci minuti” – mi dicono.
Dieci minuti. Un bozzolo potrebbe trasformarsi in farfalla, in ben dieci minuti. Potrei farmi la doccia, in dieci minuti. Potrei anche mangiare una pizza, in dieci lunghi minuti.
La mattina successiva, durante il nostro tragitto verso corso Sempione, io e Claudia siamo rimaste bloccate in un traffico talmente immobile che poteva emanare solo notizie di sinistro. Scendiamo e camminiamo per pervenire al movente dell’imbottigliamento. Steso al suolo, un giovane con la testa nascosta da un casco rosso e il volto aggrottato e digrignante, circondato da uomini luminescenti che si sforzano di spostarlo nella postura corretta. Sul cemento rovente, le chiazze scure del suo sangue. Qualche automobile si lamenta irrequieta. “Ma perché non si spostano? Fateci passare… è tardi”.
Tardi. Guai fare tardi. Talloniamo i minuti spasmodicamente come fossero sorgente di vita, alla ricerca di una proustiana puntualità perduta. Incapaci di ascoltare il silenzio e di vedere nel buio in attesa di un autobus, incapaci di fermarci per il sangue di un ragazzino, incapaci di resuscitare il tempo morto con meditazioni edificanti.
Incapaci e basta.

mercoledì 7 maggio 2008

Saluti

Chiedo venia ai miei lettori per la lunga assenza dallo schermo. I carnali impegni mondani mi hanno distratta dalla mia meditativa arte amanuense. O polpastrellense, piuttosto.
Questi solari giorni oziosi, tuttavia, non sono stati privi di pause riflessive. Gran parte dei miei neuroni sono già andati in vacanza, ma i più alacri tentano ancora di mettere in mostra il loro spirito intraprendente. Ad esempio, il mio neurone n.° 7 (li ho numerati per comodità, ma prima o poi avranno anche un nome), ha messo a punto la mia storica teoria della potenza delle parole nei rapporti sociali. Una mia ex coinquilina se la prendeva se non dicevo buon appetito prima di ogni pasto. Ma a me veniva da mangiare e basta. La maggior parte delle volte mi ricordavo troppo tardi e mi ritrovavo a bofonchiare un “uon affetito” abbozzando un sorriso con la polenta in bocca. Oppure lo dicevo dopo aver già finito la frutta, come per dire “ah, guarda che genio, mi son ricordata!”. Ma insomma, “buon appetito” che significa… potrebbe voler dire “che le lenticchie non ti vadano di traverso”, o “che tu possa gustare ogni foglia di quella tua infelice insalata scondita come fosse una succulenta patatina fritta”. È lo stesso, consumato discorso degli auguri. E non rinnegherò mai quanto possa essere potente un mieloso “per favore”, un profondo “grazie”, un affranto “scusa”.
Le nostre parole spesso sono vuote, non sono che convenzioni sociali. Servono a stabilire un contatto, il nostro mayday mayday quotidiano. Io, quando attacco discorsi senza prima dire quel fatidico “ciao”, sono vista come l’eretica della conversazione. Non si saluta??!?! Mi dicono.
Così, neurone n.°7, che a questo punto merita un nome nobile come Eraclito, si rese conto che, paradossalmente e troppo spesso, sono proprio quelle parole più vuote a significare di più nei nostri scambi sociali.
Ora posso andare in pace a fare le crêpes.


P.S. Ciao.

lunedì 21 aprile 2008

La dura legge dell'ego

Ricordo che la nonna amava guardare il telegiornale, e guai a chi interrompeva il telecronista mentre descriveva la forma dei massi che ricoprivano i poveri corpi delle vittime del terremoto. E i diciottenni schiantati ubriachi, il nonno che uccide il nipote, il bambino abbandonato, il camion ribaltato, la desolazione dello Tzunami. Come per magia, il mal di schiena si dissolveva, l’artrite si addolciva, la pressione si stabilizzava, la pensione aumentava. A volte le disgrazie altrui ci aiutano ad apprezzare la nostra fortuna. Ci aiutano a sentirci più forti, più sicuri, più ricchi. Da tutto ciò ho dedotto la nostra bizzarra e deliziosamente egocentrica visione della vita, secondo la quale è più piacevole gioire dei fallimenti che dei successi altrui. Il flusso degli eventi diventa così un lungo metro di misura della nostra fortuna: se a un incognito x va tutto bene, io sono un povero derelitto. Ma se gli va male, in fondo non posso lamentarmi della mia condizione. Mi piace chiamarla “la dura legge dell’ego”, che ci rincuora e ci rinvigorisce, e che nel contempo ci devasta e ci logora, sgranocchiandoci le spalle che si fanno sempre più strette e curve. È questo il decadente percorso che trasforma i belli in vanesi, le magre in anoressiche, gli abbienti in avidi, gli ambiziosi in arrivisti, i talentuosi in megalomani, gli intelligenti in presuntuosi, i colti in saccenti. E il nostro apparente arricchimento ci deturpa di ogni previa prosperità, lasciandoci soli con il nostro deserto ego patinato.
Zitti, che comincia il TG.

lunedì 14 aprile 2008

Ma è bello ciò che piace

In questi giorni ho avuto modo di meditare su quanto possa influire la visione degli altri sulla nostra visione del mondo. È il principio infallibile della moda. Non importa che la nostra acconciatura assomigli a un lampadario o i nostri stivali siano decorati con marmotte morte, perché siamo squisitamente alla moda. Se qualche anno fa tutti trovavano adorabili le zampe di elefante, ora siamo tutti amanti degli struzzi e i nostri pantaloni devono risucchiarci le caviglie per essere belli. Il nostro equilibrio si sposta come il nostro punto vita, che passa dall’ascellare al sacrale con una rapidità spaziale. La massa segue la massa, inseguiamo ideali celestiali come la pace del mondo e appendiamo la bandiera dell’arcobaleno accanto all’antenna parabolica, come tanti figli dei fiori appassiti. Seguiamo il principio dell’uguaglianza e della parità dei compensi, perché tutti possano essere sullo stesso livello, non importa che tu ti sia fatto il mazzo per diventare qualcuno o che l’unico mazzo che tu abbia mai visto sia quello delle carte. Mangiamo sushi, tofu, soia, e ogni tanto anche un po’ di sabbia del giardino zen, perché è troppo in. E ancor più a fondo, troviamo il nostro nobile principio dell’ingordigia: tutto quello che hai tu, devo avere anche io. Non ci sentiamo sicuri del nostro giudizio né del nostro gusto, abbiamo costantemente bisogno della conferma della rassicurante opinione altrui, di qualcuno che detti la moda per noi, di qualcuno che ci rappresenti, che ci guidi. (a proposito, presidente siamo con te).
Tutto questo per dirvi che le ciabatte da infermiere colorate in tinte da evidenziatori indossate sopra i calzini altrettanto antinebbia, fanno veramente schifo, ragazze.

lunedì 7 aprile 2008

...e ti dirò chi sei

Ieri sera, durante un teso passatempo post-piadina a casa di una delle mie nuove conoscenze pseudo-lombarde, i presenti hanno tirato fuori la seguente serie di aggettivi su di me:

- rossiccia
- letterata
- osservatrice ma prudente
- silenziosa
- controllata e razionale
- allergica alla mozzarella
- viaggiatrice ignota
- sofisticata.

A parte l’evidenza della mia lieve intolleranza alla mozzarella, devo essere nitida nella mia nebulosità, se sette persone che mi conoscono da appena un mese mi hanno già inquadrata in tal modo. Che io sia letterata, fa onore a me quanto vituperio ai veri letterati, a cui chiederò in prestito la momentanea gloria dell’attributo. L’osservatrice prudente mi piace, e l’essere silenziosa ne è una diretta conseguenza. Osservare in silenzio per studiare i movimenti altrui e agire prudentemente è una dote che ho sempre ricercato. Che io sia controllata e razionale è venuto fuori da qualcuno che mi ha vista solo due volte, e ciò mi meraviglia positivamente, mentre il mio ego maschile scodinzola lietamente per il succulento osso che ha ricevuto. Sofisticata? Mi rendo conto che è ciò che posso dare a vedere. Viaggiatrice ignota è la definizione che mi è stata data dall’unica persona che mi conosceva bene ieri sera. Ed è forse quella in cui mi riconosco di più. Mi sento perpetuamente forestiera e raminga nei miei incessanti viaggi fisici e mentali, tra gli arcipelaghi dei miei dubbi e i fiordi segreti delle mie tacite certezze.
E per quanto riguarda il mio colore, credo che ognuno veda i colori che desideri vedere.. il daltonismo è solo apparente.

sabato 29 marzo 2008

Quant'è bella giovinezza

Interminabili i viaggi con le ferrovie dello Stato. Meno male che, talvolta, vengano intervallati da qualche gradevole comparsa. Per me è come fare zapping. Nella maggior parte dei casi, si finisce su qualche ignoto canale regionale che manda in onda la televendita della coca cola tarocca aromatizzata al risciacquo di lavastoviglie o della crema antibrufoli all’estratto di bava di lumache. Ma quando si è più fortunati, ci si imbatte in qualche illuminante documentario che ci porta a esplorare territori ignoti e a patteggiare con la nostra innata xenofobia. Un paio di giorni fa, vedo entrare nella mia soavemente tacita carrozza un paio di bambini di 8-9 anni con la loro mamma. Il mio insano pregiudizio mentale mi suggerisce che la mia carrozza non sarebbe più stata soavemente tacita. “Nikolas, voglio starci io vicino alla finestra!” – “Ma mi ci sono messo prima io, Giada!” – “Mamma digli che ci devo stare io perché sono più grande!”. La mamma, con un caldo e stonato accento siciliano, impone saggiamente che nessuno dei due stia vicino al finestrino. “Ora vi do qualcosa da fare”. Ecco, penso, ora cominceranno a recitarmi le avventure di Harry Potter cercando di trasformarmi in un procione selvaggio, o, peggio ancora, a martellarmi i timpani di clicchettii e biribippii gameboyeschi. Invece, la mamma tira fuori due riviste di enigmistica e i bambini si mettono a riempire in massima concentrazione cruciverba e puzzle. Soavemente taciti. “Nikolas, ora mettiti vicino a me e ripetimi le tabelline. Giada, tu dopo mi ripeti geografia”. I miei occhi e le mie orecchie si guardano esterrefatti e si danno un pizzicotto per verificare la loro lucidità. Il bambino, dopo aver ossequiosamente ripetuto le tabelline, lancia uno sguardo al mio quaderno con i bilanci in partita doppia. “E’ matematica?” – “No, si chiama economia”. “Ma tu sei grande, fai la scuola media?”. Ci ho messo un po’ a spiegargli che l’avevo finita, perché giustamente non si spiegava che ci facessi con un quaderno di “matematica” se non andavo più alle medie. “E come ti chiami?” – “Io, Maria Luisa. Tu invece ti chiami Nikolas”. Ho visto all’improvviso il terrore attraversare i suoi giovani occhi increduli, spalancati dietro gli occhiali di gomma, mentre il labbro inferiore gli cadeva precipitosamente verso il collo.
“E tu come fai a saperlo???”
In quel momento ho imparato ad apprezzare la bellezza degli interminabili viaggi con le ferrovie dello Stato. E dello zapping.

sabato 22 marzo 2008

Tra morte e cioccolato

Si, si, tranquilli, non mi sono dimenticata. So che aspettate di leggere qualcosa sulla Pasqua, come se il vostro buon senso avesse bisogno di qualche tiepida rassicurazione. Ebbene, cari buon sensi dei miei cari amici, nemici e navigatori ignoti, questa volta non verrò a parlarvi della stantia speculazione promossa dal pulcino kinder e dal coniglietto pasquale. In fondo, trovo giusto che queste festività scandiscano la vita dei bambini, che altrimenti si annoierebbero durante i lunghi mesi invernali. Io, dopo il Carnevale, chiedevo sempre alla mamma quanti giorni mancassero per la Pasqua. E dopo la Pasqua, chiedevo quando arrivasse l’estate. Poi, con pazienza (di mia madre), si giungeva elettricamente al Natale.
La Pasqua, poi, è la festa degli ovettisti, gli amanti della cioccolata e delle brutte sorprese. Si aspetta trepidanti che il profumato guscio burroso a lungo covato dal supermercato si schiuda per via pugilistica, per poi trovarvi allegramente il portachiavi di Forza Italia in puro ferro dipinto a mano a Bangkok, o il calzascarpe di Veltroni – probabilmente usato. Se si è fortunati, si può addirittura scampare alla campagna politica, trovando utilissime miniature colorate di mucche e galline in plastica zecchina.
Io, conoscendomi, nell’uovo trovo soltanto il pelo.

In ogni modo, sappiamo che in realtà la Pasqua ci riporta a un serio e documentato evento storico. Trovo sorprendente che un uomo come tanti altri possa aver scatenato un tale rumore per la sua ordinaria morte. Molti sono morti prima di lui, e molti sono morti dopo. Tanti di questi sono anche morti innocenti, se è questo che gli si riconosce, e di pene analogamente umilianti e atroci. Ma nessuno è riuscito a riscuotere tanta fama. Eppure, quest’uomo non ha governato imperi, né tantomeno girato qualche colossal. Deve aver fatto qualcosa di ancor più strabiliante. Tuttavia, mentre su lady Diana leggiamo ancora bramosamente con quanti bambini africani abbia scattato fotografie e ci chiediamo se l’auto che l’ha mortalmente intrappolata fosse nero lucido o metallizzato, di quest’uomo nessuno vuole saperne niente. Perché? Chi era quest’uomo?
A ognuno l’ardua sentenza.

venerdì 14 marzo 2008

Stralci di vita lombarda

Cari amici, nemici e navigatori ignoti,

la vita cremomilanese mi ha inghiottita a tal punto da farmi trascurare il costante aggiornamento della mia pagina virtuale. Difficile riassumere le mie esperienze lombarde, ma tenterò di setacciarne per voi il succo più concentrato. Ho speso gran parte di questi giorni con Claudia, che ha generosamente condiviso con me la preziosa cucina della sua ancor più preziosa mamma, la soporifera camomilla al miele e vaniglia, le rigeneranti alpenliebe al caffè, il suo assuefacente letto a due piazze – vi avviso, spasimanti, questa ragazza vuole tutte le coperte per sé e si sveglia con strane canzoni nella testa -, le sue amicizie nordiche (di cui vi citerò i nomi più significativi: Cciosi e Monnega), e addirittura la palestra. C’è quella macchina-del-ginecologo e l’arriccia-addominali che mi hanno fatto impazzire. Dopo aver ripetutamente disintegrato ogni fibra, muscolo e giuntura della mia agonistica massa corporea implodendo sotto le stoiche sembianze di Popeye dopo un’indigestione di spinaci al bacon (ripresa fiato), era estremamente piacevole passare per la lavastoviglieinfasepostlavaggio, rusticamente detta “ciclo termale”. Nel bagno turco c’era quel penetrante vapore aromatizzato all’eucalipto che è piacevole quanto il sapone intimo al mentolo – provare per comprendere. La sauna, invece, mi dava di liquirizia, ma non ho avuto il coraggio di addentare i carboncini per capire se fosse Saila.
Il Master procede gloriosamente, io e Claudia restiamo sempre più colpite dal biondo amministratore che ci impartisce lezioni di contabilità, e oggi abbiamo registrato i primi bilanci in partita doppia, concedendoci solo qualche pausa ricreativa per pensare a quale forma geometrica corrispondesse ogni nostra amica o conoscente – sono venuti fuori rettangoli, sfere, rombi, triangoli isosceli, equilateri e scaleni, ma secondo me c’è anche qualche trapezio. Dopo le ultime vicissitudini in palestra, io sono senz’altro un ottagono con l'agilità e la scioltezza di una cassapanca in noce.
Ora vado a condividere con Claudia il nostro infuso pre-sonno, accompagnato dalle nostre abituali puntate di Scrubs che tengono vivo il nostro spiccato e acuminato senso dell’umorismo.
Cheers!

sabato 8 marzo 2008

Girl pride

La festa delle donne è bella perché è la festa della pace. Le donne sotterrano il rossetto della discordia (che bell’accrocco idiomatico) ed escono allegramente tutte insieme, dimenticando l’amarezza di ogni ostilità. Per una sera, non ci sono discriminazioni di marca di jeans né di scarpe, sono accolte pradine e topo-gigio-fa-mercato, senza animosità. Ciò non toglie, tuttavia, che anche per uscire fra donne sia necessario addobbarsi accuratamente con tanto di lucine intermittenti e stelle comete sparacoriandoli per vincere la tacita nomina di reginetta di bellezza della serata e possibilmente ricevere gli omaggi oculari del cameriere di turno. Questa festa, poi, è l'orgoglio delle femministe integraliste. Perché è giusto che la donna occidentale si emancipi, faccia carriera, si realizzi. Per il pranzo si può saltare in padella o ricorrere al riso che si gonfia, si serve e volendo si mangia anche da solo in tre minuti. Basta donna schiava zitta e lava, se gli uomini hanno fame, che aprano il frigorifero! Se vogliono la camicia pulita e stirata, che si rimbocchino le maniche! E se vogliono figli, che partoriscano! Che ci sia uguaglianza fra i sessi, diamine, chi l’ha inventata questa favola dei ruoli? Donne, lasciate calzini e pentole, e seguite l’impulso del vostro io. È vero, alla casa ci pensa Svetlana e ai bambini ci pensa Carmelita, ma stiamo lavorando anche per questo, e presto avremo Svetlano e Carmelito. Infatti, è giusto che gli uomini assemblino calce e mattoni a mezzogiorno in pieno agosto, ma non che le donne spolverino mensole e scaldino biberon, insomma. A questo punto, proporrei alle nostre beneamate femministe il prossimo passo decisivo: che le donne spostino gli armadi da sole, chi ha bisogno degli uomini? E la bottiglia di vino da stappare, l’auto che non si mette in moto, le valigie da portare all’undicesimo piano senza ascensore, il conto al ristorante? Tutto, le donne hanno il sacrosanto diritto di fare tutto ciò che fanno gli uomini.
E ora vado ad addobbarmi, che quando c’è modo di festeggiare siamo solidali con tutto, anche con il ramadan.

venerdì 7 marzo 2008

Lilliput a Gulliver

I miei viaggi sono sempre una nuova puntata di Bridget Jones alla conquista del West, ma questa volta è stato proprio strepitoso.
1. Arrivo a Firenze in ritardo e mi fiondo sul binario del treno per Milano – non per suicidarmi. Salgo e mi metto a mio agio, felice e sorridente di trovarmi in una carrozza favolosa, tutti eleganti, tutti distinti. Mi accomodo nella carrozza 4 al posto 56, come indicava la mia prenotazione. Peccato che il controllore infranga il mio sogno cenerentolesco per dirmi che ho sbagliato treno e che mi trovavo nella prima classe di un Eurostar, mentre il mio umile Intercity era stato spostato su un altro binario. Oh, gioia. Oh, gaudio.
2. Pago il sovrapprezzo, scendo a Bologna e cerco un altro treno per Milano. Ma non c’è fino alla sera. Quindi risalgo sull’Eurostar in tempi da record e arrivo gloriosamente a Milano.
3. A Milano, dopo essere stata travolta da qualche orda vichinga, adocchiata da qualche orda nordafricana e inseguita da qualche orda marocchina, faccio una passeggiata in Galleria ed esaurisco ogni energia concessami dai bicipiti a forza di trascinare il mio trolley (che per convenzione simbolica chiamerò Unhappy Hippo). Essendo senza meta fino alla sera, mi infilo nella Mondadori davanti al Duomo per accomodarmi nella sala lettura, che per disgrazia si trova al quinto piano. Dopo aver infelicemente trascinato Unhappy Hippo per cinque piani, mi accorgo che il signore accanto a me esce dall’ascensore.
4. Dopo un’ora, mi chiama il mio amico Michael per andare a prendere qualcosa da bere. Volentieri. Ma mentre ci incamminiamo, mi chiama la mia amica Angela, dalla quale avrei pernottato, dicendomi che devo essere da lei entro mezzora perché deve uscire. Disperazione.
5. Micheal ha la brillante idea di accompagnarmi in motorino. Sia me che Unhappy Hippo. Grazie al suo slalom americonapoletano tra il traffico milanese delle sei di sera, arrivo in tempo in tempo perché Angela se ne sia già andata. Ma ha lasciato le chiavi dalla vicina.
6. Io e Mike cerchiamo disperatamente questa vicina introvabile, dopo di che lui galantemente facchina Unhappy Hippo per le scale fino al mio piano.
7. Dormo con Angela. Al mattino, per non spogliarmi davanti a lei, mi giro e mi spoglio furbamente davanti alla finestra – non c’è bisogno di altre spiegazioni qui. Solo un genio come me può fare certe cose.
8. Accompagno Angela al lavoro, a S. Vittore, e faccio colazione con un mafioso ergastolano. Che emozione.
9. Vado a lezione, e mentre il mio prof trentenne spiega l’equazione di bilancio, io mi perdo nell’eleganza della sua cravatta e osservo come abbia egregiamente rasato il pizzetto biondo. Io e Claudia non seguiamo più il discorso.
10. Dopo le nostre otto ore di lezione, prendiamo il treno per Cremona. Troviamo un piccione in carrozza e siamo tutti più euforici. Al momento di scendere, io e Unhappy Hippo ci buttiamo dal treno mentre Claudia ride istericamente che è la fermata sbagliata. Oh, gioia.
11. Sono finalmente a Cremona, ma sono felice, perché domani è la festa della donna.

lunedì 3 marzo 2008

Reminiscenze estetiche

Qualche giorno fa, osservavo la mia bella mimosa in giardino. Gialla di quel giallo che ti fa rallentare, perché pensi che qualcuno abbia fatto un incidente. Brillante, profumata. Peccato che duri così poco. Forse è proprio per questo che l’hanno scelta come simbolo della festa delle donne.
Ah, che bella festa, la festa delle donne. Non vedo l’ora che arrivi. L’hanno scorso in un ristorante a Forlì a me e Claudia regalarono una seduta relax in un centro estetico, e quest’anno abbiamo deciso di festeggiare allo stesso modo a Cremona. Quella volta camminammo per mezzora al buio sotto la pioggia per raggiungere il posto, ma ne era valsa la pena. Ricordo ancora il bagno turco, con quegli spruzzi di vapore che ti assalgono da tutte le parti per farti provare l’ebbrezza di sentirti un pollo stufato – o una zucchina bollita, a scelta. Il solletico del sudore lungo la schiena, io che tento di parlare con Claudia (ma per mancanza di ossigeno opto per i segnali di fumo con l’asciugamano), il fondoschiena instabile che sguilla sulle panchine bagnate. Che personaggi, i turchi. I bagni alla turca fanno schifo, ma i bagni turchi sono uno schianto. Poi, uscendo dalla sala dei turchi, ci si imbatte nell’inevitabile checca muscolosa che si depila anche dentro il naso e che sfila da perfetto automa fissando un punto indefinito nello spazio. Dopo che abbiamo totalmente ignorato il suo virile sfoggio di calvizie corporale, ci immergiamo nelle mille bolle dell’idromassaggio e io sprofondo nella pace dei sensi perdendomi nelle spirali dei miei illuminanti pensieri ascetici. Quando la nostra pelle raggiunge finalmente la parvenza di una novantenne tartaruga rugosa, abbandoniamo a malincuore l’acqua per chiuderci nella siccità della sauna. Lì si che si respira. Quella stuzzicante aria del Sahara nell’accogliente luce giallastra esaltata dal secco calore del legno e dei carboni. Una toccasana sudorifera che ci porta a invocare Apu Illapu attraverso un’aborigena danza della pioggia. Infine, ci aspettano gli inquietanti raggi della lampada. Mi incremo al punto che qualsiasi abbraccio mi avrebbe fatto saltare a mo’ di palla matta per tutto il centro estetico, e affronto la mia prima – e ultima - esperienza nella gabbia del terrore. Quei tubi di neon mi proiettano nel mistico mondo extraterrestre, tanto che intono per tutto il tempo la sigla di x-files calandomi nel ruolo dell’abominevole alieno incremato.
Un’esperienza magica e rigenerante, che solo la miracolosa festa delle donne poteva concedermi. Ah, che bella festa, la festa delle donne.
Ma credo sarà meglio parlarne al momento opportuno.

sabato 1 marzo 2008

La paladina della giustizia

Ieri, parlando con un amico, mi sono autonominata paladina della giustizia.
Ma d’altronde c’è bisogno di una paladina della giustizia nella mia città. Perugia, si sa, è la città dell’orrore. Famosa perché una studentessa inglese in Erasmus è stata inaspettatamente e crudelmente sgozzata da un’americana, un pugliese e un africano, mentre partecipava a un innocuo festino universitario orgiastico signoreggiato da droga e alcol (vergogna, perugini, vergogna). Poi c’è il neonato sgorbio acrobatico, eufemisticamente detto minimetrò, che si muove come una falce sopra le teste dei perugini salassati per incutere tutto il suo lento terrore nelle menti di grandi e piccini. Per non parlare dell’esagerata concentrazione dei dispettosi vigili-folletto, ormai estesi su tutto il territorio nazionale. I vigili-folletto si nascondono dentro le campane della raccolta differenziata, nei cassonetti e nei tombini in prossimità di tutti i parcheggi. Lì, attendono tutto il giorno cheti e silenziosi che andiamo a fare il biglietto dell’orario del parcheggio per correre a incollarci una multa sul cruscotto prima che torniamo (suvvia, dopo anni di allenamento marziale, dovranno pur sfoggiare il loro scatto del giaguaro N°4). Torniamo all’auto, c’è la multa, ma loro non ci sono, perché sono volati repentinamente nella loro campana, cassonetto o tombino (il più lento paga da bere – rigorosamente redbull). Così, se vogliamo contestare la multa dobbiamo andare a farci due giornate di fila e riempire sette pile di moduli in cui ci chiedono anche se pensiamo di cambiare sesso prima o poi e se abbiamo un nano di gesso di nome Eustachio in giardino.

Bene, tutto ciò per ringraziare il mio caro amico Mateo, che, dopo la mia autonomina di paladina della giustizia, mi ha fatto vedere la mia versione cartonata. Ne sono rimasta talmente folgorata che domani mattina uscirò di casa attaccata al tettino della macchina di Sumiko con un fioretto in bocca.

(Sumiko è mio padre, ma quella è un’altra storia)



giovedì 28 febbraio 2008

PERCHE'?

Avvertenze: questo inserto è tendenzialmente provocatorio. Non leggere se si è religiosamente sensibili. Può provocare escrescenze pruriginose, alterazioni del comportamento, effetti antimuscarinici, cloasma, collasso cardiocircolatorio, borborigmi intestinali, shock anafilattico.
Scherzo.


“Perché metti il dado in frigo se al supermercato sta sugli scaffali?”
- Mi chiese Alessandro, 8 anni, figlio di cari amici di famiglia.
Già, perché. Perché mia nonna lo teneva sempre in frigo, e se lo faceva lei, significava che era giusto così.

Penso a questa sua domanda mentre sento una voce belare fuori dalla mia finestra seguita da un pigro eco di mega lucciole. Bella cosa, la religione. Ce n’è per tutti i gusti e ogni tanto ne esce una versione nuova, a volte anche limitata, come il magnum algida. Ci sono i buddisti per i contorsionisti, i musulmani per i masochisti aggressivi, gli hare krishna per i ballerini calvi, gli scientology per i miliardari appassionati di fantascienza, i testimoni di Geova per i venditori ambulanti mancati ed emofobi, gli scintoisti per gli amanti della natura nostalgici del passato, i bambini di satana per gli autolesionisti fanatici di Manson, gli agnostici per gli irrisoluti impenitenti e gli insicuri, i darwinisti per i piccoli chimici e gli estimatori di scimmie, la Tatangelo per i gay, e i cristiani per i poveri. Perché ho detto per i poveri? Non so, rispondetemi voi. Troppo spesso si accetta ciò che viene detto senza chiedersi perché. Nel brano a cui i musulmani fanno appello, sta scritto che sono proibite le carni di cammello, cavallo, lepre, coniglio e maiale, ma non mangiano solo il maiale, perché ormai si è tramandato così e basta. Perché bisogna vestirsi da lucciole e fare pigramente l’eco a una voce che bela? Perché intossicarsi d’incenso? Perché raccontare i propri segreti a un uomo dentro una scatola di legno? Perché toccare freneticamente testa spalle e boh non so che altro quando si entra in una chiesa? Personalmente, sono una cristiana P/protestante perché un giorno qualcuno si è chiesto perché.

I bambini chiedono sempre perché. Smettono di chiederlo quando invecchiano. Fossilizzarsi nel sepolcro della tradizione, annichilire la mente nelle forme prefabbricate, aggrapparsi alla pesante ancora dell'abitudine, crogiolarsi nel tiepido brodo dell’ignoranza, abbuffarsi dell’insipido omogenizzato premasticato dai furbi.
Non smettiamo mai di mettere in discussione ciò che facciamo, ciò che pensiamo, ciò che seguiamo, ciò che sosteniamo. Quando smettiamo di chiederci perché, sopraffatti dalla paura di cambiare e dalla pigrizia di imparare, allora sì, diventiamo vecchi.

E i miei dadi sono in dispensa.


martedì 26 febbraio 2008

Le bucoliche

Stamattina aprire la finestra di camera mia è stato un tripudio di gioia.
L’albicocco che si colora modestamente di gemme di corallo, le violette che la mamma ha piantato con maestria sotto il portico che spuntano magicamente sotto l’ulivo, i pettirossi sul ciliegio nudo che giocano a chi perde le corde vocali per primo, i passerotti junior che fanno scuola volo inchiodando rovinosamente tardi, il cane del vicino di destra che tenta di scavare l’ennesima buca per entrare nel nostro giardino (si sa, l’erba del vicino è sempre più verde.. ho provato a spiegarglielo, ma Lessie non ha ancora capito che non è una capra), i cavalli del vicino di sinistra che scalpitano irrequieti per la voglia di correre via (dalla sinistra), i primi moscerini che rompono delicatamente le scatole piroettando nell’etere più prossimo alla propria faccia e che si moltiplicano per uccisione, i pesci che scodinzolano (scodinzolano?) nell’acquario con la loro allegria deliziosamente afona e impassibile (quelli non sono in giardino, ma dovevo concludere il cerchio della vita). Siamo ai primi gioiosi caldi di fine febbraio e questo stuzzicante tepore mi fa venire voglia di baciare in bocca l’effetto serra. Sono addirittura progredita dallo stadio di gobbo di Nôtre-Dame a quello di rana con la sciatica.
Scendo a dare il buongiorno alla fragola e al limone, che insieme sono una gran bella coppia (soprattutto sotto forma di sorbetto, ma non glielo dico per non spaventarli). Mi sento fortunata quando penso ai poveri bambini dei Paesi sviluppati che non sanno neanche che forma abbiano le foglie della fragola (perché maestra, il fragolo ha le foglie?), o che il pollo non nasca necessariamente impanato e che la forme delle patate sia tendenzialmente ovale (più che a bastoncino). Poveri piccoli. Proporrei una colletta per offrire a tutti una gita in campagna.
Proseguo verso l’orto seguendo la scia aromatica di lavanda, salvia e rosmarino, e sento un vento luminoso e solleticante dividermi i capelli. Respiro e abbraccio un sole che non brucia e mi rendo conto che.. no, non possiamo essere soli qui.




sabato 23 febbraio 2008

Lo strappo del sabato sera

È sabato sera. Cosa può fare una 22enne neolaureata il sabato sera? Una marea di cose, direi. Eppure, io mi ritrovo ad aggirarmi per casa con la scioltezza di Quasimodo di Nôtre-Dame nei suoi giorni peggiori e con lo sguardo di un rinoceronte con sindrome premestruale (prima o poi Licia Colò mi citerà in giudizio). Il fatto di zoppicare è dovuto allo strappo lacerante alla mia fascia lombare che mi sono presa qualche giorno fa sul tapis roulant (il bello di averlo in casa è che mi ha permesso di ululare, guaire, garrire, ruggire e anche barrire un po’ senza pormi troppi problemi). Pur di non farmi fare la mesoterapia da mio padre – o peggio ancora, da mio fratello - mi tengo volentieri questo sensuale passo parigino. Lo sguardo da rinoceronte, invece, è dovuto al fatto che i miei hanno avuto la splendida idea di invitare a cena tre coppie con figli di quell’età indefinibile che copre tutta l’infanzia. Intendiamoci, i bambini possono essere adorabili, ma quando superano il numero di tre messi insieme, riescono a raggiungere un livello di decibel proibito dalla legge e a mettere a soqquadro una stanza vuota. Nonostante i genitori stessero cenando nella cucina del piano terra, i bambini trovano sempre morbosamente divertente giocare sulle scale. Riuscire a scendere inosservata dalla mansarda alla cucina del primo piano (vestendomi di marrone per mimetizzarmi con il parquet) è stata un’impresa memorabile. Sono anche stoicamente riuscita a vincere l’irrefrenabile istinto di uscire dalla cucina per fare i versi degli animali mentre i bambini cantavano Nella vecchia fattoria, e a non buttare in piscina la bambina-giradischi che si è ingoiata l’hit parade degli sfigati.
Ora, con il permesso di Walt Disney, Quasimodo va a farsi una meritata doccia dopo tante disavventure.
(Anche perché spero che l'isolamento della mia mansarda, lo scroscio dell'acqua e la musica a palla, riescano in qualche modo ad attutire l'effetto Dolby surround della bambina-giradischi e il grido della foresta del bambino-Tarzan)


(io ero Jane)


(E anche Catwoman ogni tanto)



giovedì 21 febbraio 2008

Teen power

Oggi guardavo delle vecchie foto della mia adolescenza e sento di non poter fare a meno di raccogliere qualche mio ricordo di quella spensierata età.

Le adolescenti
- Si impara a scrivere per sigle (dobbiamo a loro tutti i nostri sanvalentineschi cmq tvtb xk 6 sux fg) e le prime parole inglesi che si memorizzano sono best friends forever (bf4ev). Peculiari i rapporti fra ragazzine. O ci si odia sentitamente e ci si augura k1ssstsxs (che uno struzzo spaventato scambi il tuo stomaco per sabbia) o si entra nel circolo delle best friends forever e ci si può sbizzarrire scrivendo nei diari delle proprie 280 best friends quanto le si vb e che npvslxksnunk.
- Si asserisce con convinzione la squisitezza delle succulente gallette di riso e la cremosità del latte scremato (mentre si recita silenziosamente e devotamente il mantra megliomortaoggichegrassadomani). Nel contempo, però, si eseguono i primi esperimenti in cucina e si impara a fare il salame di cioccolato (e basta). Alle feste ci si ritrova sempre così: “ho portato il salame di cioccolato! – Anche tu? Anche noi!!!!!!!! – Ma è perché siamo best friends forever, siamo trooooooooooppo uguali!!!!!!!
(quanto odio tutti quei punti esclamativi)
- Si fanno le gite al bagno con il gruppo di sostegno (con tanto di borraccia, provviste, bussola e sacco a pelo). Mai affrontare certi momenti da sole.
- Si dorme rigorosamente a pancia in su (altrimenti il topexan si incollerebbe al cuscino, il che sarebbe un peccato dopo le due ore trascorse a spalmarlo su ogni singolo foruncolo. Magari poi è anche un ottimo zanzaricida).
- Ci si bacia sulle guance in continuazione (tipo quando si torna al proprio banco dopo un’interrogazione alla cattedra o prima di andare in bagno. A volte baciavamo anche Valentina Mazzoli prima di chiuderla nell’armadietto dietro la lavagna).

Gli adolescenti
Sui ragazzi non posso sbilanciarmi, ma si innamorano sempre della supplente. Non importa che non riesca a guardarli con entrambi gli occhi contemporaneamente, che abbia i baffetti neri di Don Diego, il collo retrattile di una tartaruga ninja e quel tic che la fa ragliare ogni tre minuti. L’importante è che sia giovane.

Teen power.

lunedì 18 febbraio 2008

La spesa - 2° parte

Riassunto della puntata precedente: Il sabato mattina vado spesso a fare la spesa, quella grossa. Ma quando si è fatta una cert’ora, esco dal supermercato in perfetto stile hare krishna.

Dopo essermi liberata dai due chilometri di scontrino aggrovigliatisi attorno al mio corpo mentre suonavo il tamburello invocando krishna, mi accorgo che la signora che aveva camuffato l’insalata da cavolfiore aveva anche parcheggiato l’auto sul posto riservato ai portatori di handicap. Forse è diversamente abile. Sarà cieca. (ma secondo me è furba). Dopo essermi intrattenuta guardando la signora mentre tenta di accendere un motore probabilmente brevettato dal prozio di Leonardo, scorgo finalmente la parte importante.

E’ lì, immobile al solito posto, come ogni sabato mattina. In piedi, accanto ai suoi pacchetti di fazzoletti e qualche altro indecifrabile oggetto colorato appoggiati sui carrelli impilati. Quando mi vede, però, mi corre incontro e mi salva da quel peso massimo del mio carrello che minaccia di trascinare il mio peso becco (piuma mi sembra poco) fino in fondo al parcheggio (di un altro supermercato). Mi sorride e mi prende il carrello, per aiutarmi a caricare il portabagagli.

Amir è minorenne. Viene dalla Tunisia, dove a lasciato la madre cardiopatica. Che bello vederti! Come sta la nonna? - Mah, il solito, un giorno ride, un giorno piange.. – e a Milano? Come va? – Una succulenta delizia calcestruzzosa direi.. ma tu, come stai? – IO STO BENE.
Conosco Amir da qualche anno. Indossa gli stessi vestiti da sempre, gennaio o agosto che sia, a volte penso che ci sia nata dentro. E porta un cappellino, non l’ho mai vista senza. Non so se scoprirò mai il perché di quel cappellino, ma preferisco non saperlo. Amir mi sorride sempre, con quei suoi occhioni tristi, e mi dice che sta bene. Sta bene, gente, sta bene. I suoi saluti rincorrono ansimanti la mia auto che la abbandona a malincuore, finché non sparisce dall’orizzonte.

Non vedo l’ora che arrivi il sabato. È lei che mi ha insegnato a sorridere.

domenica 17 febbraio 2008

La spesa - 1° parte


Il sabato mattina vado spesso a fare la spesa, quella grossa. È bello fare la spesa. Al reparto frutta e verdura c’è sempre la vecchietta che pesa l’insalata pigiando il tasto dei cavolfiori (perché è furba). Al banco frigo il bambino con i capelli rossi che ulula tediosamente perché vuole kinder happy hippo, kinder pinguì, kinder maxi king e kinder paradiso (la fetta al latte no che è troppo sana) e ci si sforza di raggiungere qualche stadio di isolamento mentale buddista per evitare di infilargli un ananas in bocca. Al banco dei salumi ci sono sempre quei 47 minuti di attesa durante i quali si può perfezionare il più sensuale sguardo da vacca da latte che contempla il treno che passa. Poi si passa all’inevitabile scorta di prodotti in offerta, come i croccantini per cani al gusto di manzo e verdurine a forma di casette colorate (in caso un giorno volessimo comprare un cane) o i Pampers baby dry con il 30% di sconto (prima o poi si dovrà fare un figlio, no?). Alle casse, invece, quei 183 minuti di fila ci permettono di terminare l’ultimo sudoku incompiuto e di tergiversare giocondamente con la vicina di carrello con la permanente che sembra un porcino ricoperto di muschi e licheni (anche per l’odore). Poi, dopo lo scontrino inceppato, la signora che deve andare a ripesare l’insalata perché c’è un prezzo del cavolfiore, il barattolo delle olive che perde salamoia, il vecchietto che chiede alla cassiera di cercargli se ha 87 centesimi nel borsellino che lui non ci capisce, il bancomat che non funziona e il resto sbagliato, si può uscire - rigorosamente piroettando come un hare krishna munito di mega cimbalo e tamburello.

Ma è ora che arriva la parte importante. Così importante, che dovrò dedicarle un inserto a sé stante.

giovedì 14 febbraio 2008

S. Piccioncino

Oh, che bello, finalmente siamo arrivati alla festa dei piccioni… mi sembra di sentirli tubare allegramente ovunque oggi. Beh, in realtà non so neanche perché ci si riferisce agli innamorati chiamandoli “piccioncini”, dev'essere perché quando si maciullano l’uno contro l’altro pubblicamente sono brutti come i piccioni.

Quando penso a un mio eventuale futuro da piccione, mi auguro sempre che tale metamorfosi non coinvolga anche il mio cervello – in fondo, si sa, i piccioni non sono proprio delle aquile. I piccioni di oggi si lasciano infervorare troppo dalle briciole di pane. Amoreggiano svisceratamente dopo il secondo appuntamento e ancor prima di sapere il cognome del proprio compagno piccione, si scambiano regali da ipoteca e si tatuano iniziali sulle braccia, inviano sms zuccherosi e concorrono a chi scrive il TVTNPSDTB più complicato. Si squillano continuamente per assicurarsi di essere ancora vivi quando sono lontani uno dall’altro e si giurano amore eterno recitando involucri di Baci Perugina. Poi, dopo il matrimonio, la picciona va con l’idraulico perché non si sente più apprezzata, e il piccione va con la cameriera perché… mah, perché è carina e basta. Ah, se solo i piccioni avessero un po’ più di pazienza prima di avventarsi sulla prima briciola di pane… se solo la osservassero bene prima. Magari non era pane, ma un cracker stantio. O magari era solo una pallina di polvere.



Personalmente, preferirei un piccione che si dimentichi di S. Valentino, ma che mi porti un tulipano dopo una lunga, ordinaria e dozzinale giornata di lavoro. Un piccione che non mi paragoni a tutto il cerchio celeste delle costellazioni spaziali, ma che apprezzi la banalità dei miei occhi struccati al mio traumatico risveglio mattutino. Un piccione che non mi imbastisca iliadi di melassa, ma che mi sappia dire scusa quando sbaglia. E un piccione che non mi prometta felicità e ricchezze eterne, perché quell’odiosa cattiva sorte arriverà ineluttabilmente. Mia madre mi ricorda sempre che le favole si concludono con il matrimonio, perché se facessero vedere cosa succede dopo non sarebbero più favole. Anche Biancaneve deve stirare i calzini, e la Bella deve vedersela con la Bestia.


I miei non hanno mai festeggiato S. Piccioncino, eppure serbano quella magica formula che permette loro di abbracciarsi dopo ogni litigio, di andare a prendersi una birra insieme di nascosto, di divertirsi come bambini davanti a un film di Troisi, di tenersi la mano per attraversare la strada, di sorridere affettuosamente ai difetti dell'altro.
Ed è quella, è la loro formula che voglio rubare.

domenica 10 febbraio 2008

Per Elisa

Ogni volta che torno da un lavoro in trasferta, amo aprire la mia casella di posta elettronica per vederla intasata di messaggi. Tra tanti messaggi, ce n’è sempre qualcuno di inatteso e di particolarmente interessante. Questa volta, è stato il turno di Elisa. Elisa ed io eravamo nella stessa classe al liceo. Non siamo mai state migliori amiche, né ci siamo mai frequentate oltre le nostre cinque ore mattutine. Ma tra me ed Elisa c’era un’intesa speciale. Mentre io mi dimenavo contro i miei mulini a vento per fare la paladina della giustizia, sapevo che lei era l’unica ragazza che mi appoggiava (ho detto ragazza, Giallo). Sentire la sua silenziosa ammirazione e il suo caldo consenso, scatenava la mia fragorosa anticonvenzionalità e infuocava la mia battaglia già arroventata. Nonostante fossi più piccola di lei, il rispetto che mi portava era disarmante. Mi sosteneva nel dire no quando faceva scomodo, e nel dire sì quando non faceva comodo. Elisa mi ha scritto due splendidi messaggi durante questa mia settimana di assenza, un breve saluto e un suo flusso di coscienza. A un certo punto ha scritto:
"CI SONO TROPPE DISTRAZIONI
TROPPI SPAZI PUBBLICITARI
PERDO LA CONCENTRAZIONE"

In ritorno dal teatrino di paillettes milanese in cui gioco il ruolo di marionetta, queste vaghe parole mi hanno incendiato dentro qualche amara considerazione. Un mondo di poster e cartelloni iridescenti, che sanno del sudore di chi li ha affissi per poche centinaia di euro al mese, i bagni lustrati dalle rumene e le corsie assiduamente spazzolate dai maghrebini impegnati nel raccattare ogni nostro rifiuto. Ex tossicodipendenti che ci consegnano le fatture dei mini sandwich e del succo d’ananas allo stand, anziani analfabeti che girano vestiti da evidenziatori con una radiolina in mano per assicurarsi che non accada non so cosa – come se avessero le forze per intervenire in qualche modo. Storie angosciosamente agghiaccianti che ci camminano dietro le spalle come fantasmi, mentre discutiamo nel soffice autismo delle nostre poltrone a quale bevanda sia meglio associare i pasticcini al cioccolato con scaglie di mandorle. Una scaglia mi va di traverso, e perdo rovinosamente la concentrazione.
Perché alzo gli occhi e mi accorgo che l'impalcatura sopra i riflettori....
è brutta.

domenica 3 febbraio 2008

De pulvis

Qualche settimana fa, Claudia mi ha detto che potrei mettermi a discorrere anche su un granello di polvere. Se ci pensiamo bene, tuttavia, i granelli di polvere sono un elemento basilare della nostra vita, anche se al tempo stesso negletti ed esiliati dai nostri discorsi. I granelli di polvere sono ovunque, li respiriamo, li mangiamo (chissà se li digeriamo..?), li tocchiamo, li schiacciamo. Si nascondono timidamente alla nostra vista, ma sono sempre lì, minacciosamente intorno a noi, e solo un raggio di sole rivelerà la loro fitta e inquietante presenza. Siamo circondati.
Qualcuno potrebbe pensare che svolgano un ruolo inutile, accumulandosi insistentemente sulle nostre mensole e i nostri pavimenti per costringerci a pulire. Poi chissà perché alcuni si posano a terra mentre altri continuano ad aleggiarci intorno. Forse quelli che si posano sono i granelli obesi o i granelli ribelli che si sono rotti di ruotare incessantemente nell’atmosfera e propongono un sit-in. Anch’io a volte ci penso, chissà qual è il ruolo dei granelli di polvere. Forse sono lì per farci riscoprire la deliziosa esistenza del piccione di terracotta regalatoci dalla zia Berecchia (che va periodicamente spazzolato da quei dieci centimetri grigi che lo ricoprono per tornare riconoscibile), o per ricordarci da quanto tempo non apriamo il dizionario di latino. Magari ci circondano perché il loro obiettivo è conquistare il mondo, prima o poi.

Ottimo, questo era un esercizio che mi tornerà molto utile questa settimana a Rho, mentre mi chiederanno di tradurre in francese l’utilità di un impianto di laminazione a freddo. Potrei intrattenere i clienti spiegando che neanche i pannelli laminati in alluminio ALCOA sono esenti dal minaccioso accumulo dei granelli di polvere…
La mia prossima laurea sarà in Tergiversazione e Temporeggiamento applicato.

venerdì 1 febbraio 2008

Le voci del mio ego

Ieri una persona che amo molto mi ha detto che invidia la mia grinta. Sono rimasta un po’ a riflettere. “Mia” e “grinta” sono due parole che in passato pensavo non potessero mai essere collocate insieme. Grinta è una parola che mi piace, un po’ onomatopeica, con tutte quelle consonanti gutturo-liquido-dentali, mi riporta al ringhio di un cane rabbioso – anzi, arrabbiato. È quel “mia” che mi fa pensare… Ho passato un’adolescenza a nascondermi dal mondo credendomi brutta e a sgranocchiare carotine scondite credendomi grassa. Arrivata a Forlì piagnucolavo e volevo chiamare "Rufinaaaaaa!" (la mia governante) perché non sapevo come si lavava un pavimento (con lo scottex?), né sapevo che la lavatrice mi avrebbe tirato il suo più classico tiro mancino (sempre colpa della sinistra) trasformando la mia biancheria in “coloreria” dopo il mio primo tentativo di lavaggio. Volevo la mamma perché la mie coinquiline fumavano copiosamente dentro casa, inquinandomi narici e polmoni. Volevo il papà, perché tornare in quella casa a piedi la sera dopo lezione mi metteva paura. Volevo la nonna, perché non sapevo che i carciofi andavano puliti prima di essere cucinati (lezione di vita: si mangia il cuore, non tutto il carciofo). Poi volevo lasciare la scuola per interpreti dopo aver fatto rovinosamente schifo al primo esame (francese scritto, prof. Costantini.. aah, che uomo). Frignavo perché mi avevano rubato i soldi all’università e mi veniva da piangere ogni volta che pioveva.
Che GRRRRRINTA, ragazzi!
Dopo tante analoghe vicissitudini, l’ultima volta che mi sono pianta addosso qualcuno mi ha chiamata “femminuccia” e mi sono rivoltata. Mai, e dico MAI, toccare il mio Orgoglio maschile. A volte grinta è cercare di spingere 35 chili mentre sai che la tua fragile massa muscolare femminile non ne ha mai sopportati più di 20 (uomini, tranquilli, sto usando un tu impersonale). Inoltre, quel saccente spaccone del mio Sennodelpoi mi ha saccentemente e spacconamente insegnato che i problemi sono come le montagne che vedevo dall’aereo… viste da lontano, sembrano così piccole che mi sembra di poterle schiacciare. E il mio Orgoglio maschile mi ha insegnato a non darla vinta a quello strafottente di Sennodelpoi, ma di sforzarmi a creare un Sennodelladesso.


E Sennodelladesso mi dice che niente che in questo mondo valga la pena avere si ottiene facilmente.


P.S. Si sarà capito qualcosa in questo mio disorganico gioco di voci interiori?
P.P.S. Le carotine sono più buone fritte.

giovedì 31 gennaio 2008

Siamo sinceri - ci sono io e ci siete voi

Siate sinceri: a voi non è mai passato per il capo di volervi vedere vivere. Attendete a vivere per voi, e fate bene, senza darvi pensiero di ciò che intanto possiate essere per gli altri; non già perchè dell'altrui giudizio non v'importi nulla, chè anzi ve ne importa moltissimo; ma perchè siete nella beata illusione che gli altri, da fuori, vi debbano rappresentare in sé come voi a voi stessi vi rappresentate. Che se poi qualcuno vi fa notare che il naso vi pende un pochino verso destra.. no? che ieri avete detto una bugia.. nemmeno? piccola piccola, via, senza conseguenze... Insomma, se qualche volta appena appena avvertite di non essere per gli altri quello stesso che per voi; che fate? (Siate sinceri.) Nulla fate, o ben poco. Ritenete al più al più, con bella e intera sicurezza di voi stessi, che altri vi hanno mal compreso, mal giudicato; e basta. Se vi preme, cercherete magari di raddrizzare quel giudizio, dando schiarimenti, spiegazioni; se non vi preme, lascerete correre; scrollerete le spalle esclamando: "Oh infine, ho la mia coscienza e mi basta".

Quest’uomo ha il prodigioso potere di materializzare i miei pensieri in modo talmente magistrale che quando lo leggo mi sembra che l’inchiostro si muova sulla carta assumendo un aspetto tridimensionale. Tanto che preferisco non commentare onde evitare di distruggere l'esattezza di tale costruzione. Tuttavia, devo precisare che la figura del naso pendente è tendenzialmente androcentrica, non funziona con le donne. Voglio dire, noi donne, anche se non abbiamo il naso storto, ce lo inventiamo: non abbiamo bisogno di una moglie che ci faccia scoprire che il naso ci pende da una parte, ma di un marito che ci convinca del contrario declamando quanto il triangolo della nostra piramide sia perfettamente isoscele – possibilmente vestito da imperatore romano in piedi sul bancone della cucina con un braccio rivolto verso il faretto del soffitto. Poi non importa se non sappiamo cosa sia una piramide o cosa significhi isoscele, ciò che conta è che sia PERFETTAMENTE isoscele. Ad ogni modo, tranquillo Luigi, ho afferrato il concetto. E anche il mio naso.



domenica 27 gennaio 2008

Torri e antenne paraboliche

C’è chi si costruisce i castelli per aria (2,4 secondi di silenzio per il nebuloso castello del governo sinistramente crollato) e chi se li costruisce per terra. Circa una settimana fa, camminando per le vie di una cittadina nei pressi di Barcellona, la mia attenzione è stata colpita dalla mirabile visione di un castello. Era proprio un castello, ed era proprio lì, in mezzo ai condomini e le strisce pedonali. Mi sono fermata con uno sguardo tra il mistico e l’onirico mentre mia cugina mi spiegava che non era un’opera storica, bensì la dimora di un facoltoso squilibrato del quartiere (“facoltoso” e “squilibrato” possono funzionare da aggettivo e sostantivo intercambiabilmente). Il tipo aveva i soldi e si è fatto un castello. Non gli bastava una bella casa, o una villa, nossignore, voleva IL CASTELLO, e chissenefrega dei piani regolatori. Immagino la reazione delle persone che passano davanti a un castello in città. Qualcuno potrà pensare “che bello, magari potessi avere anch’io un castello”, mentre la maggior parte della gente penserà che il tipo è semplicemente uno psicopatico che non sa che farne dei suoi soldi. Tuttavia, mi attrae questa pazzia. Lo avrà fatto per farsi conoscere, per distinguersi dalla massa, o per sfoggiare la sua prosperità? O forse voleva dire a tutti che non gliene può importare di meno se oggi vanno di moda le ville, a lui piaceva il castello e castello ha fatto. Io me lo immagino chiuso nel suo maniero vestito con un mantello da re mentre impartisce ordini a un esercito di nanetti di gesso attorniato da una corte di scoiattoli impagliati. Ma almeno il suo castello se l’è costruito. (2,6 secondi di silenzio per il nebuloso castello del governo sinistramente crollato – per un totale di 5 secondi intervallati da pausa ricreativa).


(Senza offesa a certi miei sinistri amici. Mi state diplomaticamente simpatici anche se siete sinistri.)


lunedì 21 gennaio 2008

Nel blu dipinto di cemento infarinato

Ogni volta che prendo l’aereo è un’esperienza nuova, come se non l’avessi mai provata prima. Prima mi godo la recita delle hostess che mostrano entusiaste come infilare il giubbotto di salvataggio smanettando ripetutamente per indicare le vie di uscita, e mi incanto in quel tripudio di sorrisi fotocopiati. Poi attendo impaziente che l’aereo decolli per sentire quella portentosa sensazione riassunta dalla magica formula "VINSE" (Viscere-INcollate-al-SEdile), che crocifigge il mio esofago allo schienale in perfetto stile romano. Salvo che oggi l’aereo abbia percorso una pista infinita prima di decollare dall’aeroporto di Barcellona – tanto che mi chiedevo se il pilota pensava di prendere l’autostrada per portarci in Italia. Infine, passo al momento della pressione attappatimpani che mi proietta in un afono e surreale mondo epicureo.

Ma c’è stato qualcosa di ben più banalmente peculiare – passatemi l’ossimoro - che mi ha fatto riflettere oggi. Stamattina il cielo spagnolo lasciava molto a desiderare (ovvero dava su quel grigio cemento infarinato stile dammi-una-lametta-che-mi-taglio-le-vene). In questi casi tendiamo a dire “che schifo il cielo oggi”. Eppure, quando l’aereo varca il limite di una certa quota, ci rendiamo conto che il colore del cielo era in realtà meravigliosamente raggiante, e l’unica cosa color grigio cemento infarinato erano le nuvole che lo offuscavano.

Peccato che solo una volta scavalcate le nostre spesse nuvole infarinate ci rendiamo conto di quanto sia splendentemente e perennemente azzurro il nostro cielo.
La vita è bella, folks.

domenica 6 gennaio 2008

Dolcetto o scherzetto...?!?

Qualche coraggioso oggi mi ha chiesto: “E sulla befana non hai niente da dire?” In realtà, la befana mi sta quasi simpatica.

BEFANA, nome ricco di vocali che addolcisce il duro e torvo nome di STREGA. “Epifania” significa “apparizione, manifestazione” e l’origine cristiana della festività allude all’apparizione dei Re Magi. Ma a noi italiani piace tanto questo mix tra sacro e profano, una sorta di postmodernismo delle feste che combina elementi che cozzano tra loro in maniera formidabile. Quindi, invece dei Re Magi, a noi appare una sfollata di Halloween a cui abbiamo affibbiato un nome che ci ricorda almeno nel suono quello di “epifania”. La parte più entusiasmante, poi, è che questo genio porta i dolci ai bambini, ma glieli mette dentro le calze (volete ingozzarvi di cioccolatini e caramelle? E io ve li metto nei calzini, tiè, vediamo se avete il coraggio...). Che simpatica, la befana! Ai bambini cattivi, invece, dispensa carbone, che raccoglie evidentemente dai caminetti. Ricordo che la sera prima della manifestazione della strega stavo ben attenta che i miei non accendessero il camino (altrimenti mettevamo su un rogo), ma mi chiedevo anche dove arrivassero le calze ai bambini che non avevano il caminetto. E la befana da dove lo prendeva il carbone se un bambino cattivo non aveva il caminetto? Forse ne rubava un po’ dalle case dei bambini buoni col caminetto per darne ai bambini cattivi senza caminetto. Ruba ai buoni per dare ai cattivi.. una specie di Robin Hood al contrario. Forse per questo ha preferito andare al supermercato e comprare il carbone di zucchero. Personalmente però, le proporrei di tornare alla vecchia maniera perché io, ad esempio, amavo il carbone di zucchero e mi comportavo male in modo che la befana mi portasse il carbone. Chissà come gestirà poi il passaggio dai camini a legna a tutti questi tecnologici caminetti elettrici. Magari, nel futuro, le mamme diranno “comportati bene, che la befana ti porta i pellets”… Ah, mi fa impazzire, la befana.


martedì 1 gennaio 2008

I miei migliori auspici

È mia abitudine dilettarmi nel decostruire le nostre prassi consolidate per trovare se in fondo vi sia qualche senso rispettabile. Siamo soliti scambiarci uno stereotipato “Buon Anno” in questi giorni. Eppure, sappiamo bene che un anno è composto da circa 365 giorni, di cui inevitabilmente alcuni saranno “buoni” e altri “cattivi”, e non sarà certo il nostro dozzinale augurio a rendere un anno più o meno “buono”. Anche io dico sempre “Buon Anno”, soprattutto a persone che conosco poco, tipo il fruttivendolo o il gommista, come un saluto per non apparire scortese (qui potrei aprire un discorso sull’essere e l’apparire e sulla valenza del saluto, ma lo serberò per un’altra occasione). Ancor più enigmatico è il “Felice Anno Nuovo”… come si fa a quantificare un anno “felice”? Si fa una media fra i giorni tristi e quelli felici?

Fare auguri personalizzati costa, e ciò che costa non ci piace; perché spendere energia quando potremmo positivamente risparmiarla con un gratuito “Buon Anno”? D’altronde rischieremmo di interrompere il torneo di briscola fra i nostri neuroni per farli concentrare su un impegnativo auspicio studiato. Tuttavia, sono riuscita a convincere i miei ad abbassare le carte e impegnarsi per un attimo. Più che un “Buon Anno”, auguro a mio fratello ed Elisabetta di superare l’esame di Stato e il test d’ingresso alla specializzazione. Auguro a Claudia la saggezza per prendere le decisioni più giuste. Auguro ai miei amici la tenacia per affrontare i giorni “cattivi”. Vi auguro di risparmiare un cucchiaio di lenticchie per chi di fortuna ne ha avuta meno di voi. Non vi auguro di non deludere nessuno, ma di sapere come farvi perdonare quando non siete il modello che avreste desiderato per i vostri genitori, figli, amici, coniugi. Non vi auguro di condividere tutte le scelte delle persone che amate, ma di dimostrare loro il vostro affetto rispettandole. E vi auguro di saper stare soli, e di saper usare la vostra stessa testa, mentre la mitraglia globale vi propone l’omologazione del vostro cervello.

A me stessa auguro di custodire gelosamente ogni piccolo prezioso ricordo dell’anno passato, come un non-ti-scordar-di-me fra i cristalli e gli argenti, perché nessuno, neanche il tempo, possa mai portarmelo via.