Interminabili i viaggi con le ferrovie dello Stato. Meno male che, talvolta, vengano intervallati da qualche gradevole comparsa. Per me è come fare zapping. Nella maggior parte dei casi, si finisce su qualche ignoto canale regionale che manda in onda la televendita della coca cola tarocca aromatizzata al risciacquo di lavastoviglie o della crema antibrufoli all’estratto di bava di lumache. Ma quando si è più fortunati, ci si imbatte in qualche illuminante documentario che ci porta a esplorare territori ignoti e a patteggiare con la nostra innata xenofobia. Un paio di giorni fa, vedo entrare nella mia soavemente tacita carrozza un paio di bambini di 8-9 anni con la loro mamma. Il mio insano pregiudizio mentale mi suggerisce che la mia carrozza non sarebbe più stata soavemente tacita. “Nikolas, voglio starci io vicino alla finestra!” – “Ma mi ci sono messo prima io, Giada!” – “Mamma digli che ci devo stare io perché sono più grande!”. La mamma, con un caldo e stonato accento siciliano, impone saggiamente che nessuno dei due stia vicino al finestrino. “Ora vi do qualcosa da fare”. Ecco, penso, ora cominceranno a recitarmi le avventure di Harry Potter cercando di trasformarmi in un procione selvaggio, o, peggio ancora, a martellarmi i timpani di clicchettii e biribippii gameboyeschi. Invece, la mamma tira fuori due riviste di enigmistica e i bambini si mettono a riempire in massima concentrazione cruciverba e puzzle. Soavemente taciti. “Nikolas, ora mettiti vicino a me e ripetimi le tabelline. Giada, tu dopo mi ripeti geografia”. I miei occhi e le mie orecchie si guardano esterrefatti e si danno un pizzicotto per verificare la loro lucidità. Il bambino, dopo aver ossequiosamente ripetuto le tabelline, lancia uno sguardo al mio quaderno con i bilanci in partita doppia. “E’ matematica?” – “No, si chiama economia”. “Ma tu sei grande, fai la scuola media?”. Ci ho messo un po’ a spiegargli che l’avevo finita, perché giustamente non si spiegava che ci facessi con un quaderno di “matematica” se non andavo più alle medie. “E come ti chiami?” – “Io, Maria Luisa. Tu invece ti chiami Nikolas”. Ho visto all’improvviso il terrore attraversare i suoi giovani occhi increduli, spalancati dietro gli occhiali di gomma, mentre il labbro inferiore gli cadeva precipitosamente verso il collo.
“E tu come fai a saperlo???”
In quel momento ho imparato ad apprezzare la bellezza degli interminabili viaggi con le ferrovie dello Stato. E dello zapping.

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