giovedì 15 maggio 2008

Nel buio dell'ignoranza

Era un pilota dell’età di mio padre. Aveva affrontato mille viaggi e combattuto la guerra del Golfo. Lascia una figlia venticinquenne e due figli appena adolescenti. Breve e inconcepibile la fine di quest’uomo, travolto insieme alla sua bici dalla mazda di una giovane mentre raggiungeva il suo elicottero. Sembra suggerire che il pericolo non sia volare, ma restare a terra.
In un aeroporto nelle vicinanze di Cremona, ho assistito oggi alla cerimonia di saluto. La sua bara aperta, lui protetto da un pizzo bianco. Tanta gente che lo toccava per poi fare automatici segni strani colpendosi spalle e fronte e baciandosi le mani. Un uomo con il collare e una sciarpetta viola sembrava leggere poesie mentre la gente intorno continuava a toccarsi settariamente e a ripetere un ritornello meccanicamente. Io assistevo in osservazione. L’ometto viola confortava parenti e amici dicendo che adesso il caro pilota, avvezzo al volo, risiede ancora più in alto, perché accolto dalla luce del cielo. Perché? Perché era una cara, brava, buona, generosa persona. Perché basta essere buoni per andare in paradiso. Sarebbe interessante trovare il decalogo della bontà, per capire i principi in base ai quali si rientra nella categoria dei buoni e quelli secondo i quali invece saremmo cattivi e condannati. Qualcuno dovrà pur averli stesi, altrimenti come fanno i preti a determinare chi va dove? Dante ci ha provato, ma se valessero i suoi principi, l’inferno sarebbe gremito e il paradiso deserto. Invece, sentendo le omelie dei funerali, sembrerebbe che l’inferno sia prerogativa degli ergastolani. E forse neanche loro, perché in fondo erano buoni e hanno agito per sbaglio, una svista direi. Poi si sono perfino confessati. Quindi forse l’inferno è solo per i pluriomicidi impenitenti.
Dietro la bara, la rappresentazione di un altro morto. Un morto per morte di croce. La più tremenda. Perché sta lì? Se è vero che si è immolato, perché lo ha fatto? A cosa è servito il suo sacrificio? Purtroppo o per fortuna, ladies and gentlemen, il regolamento che determina chi va su e chi va giù, chi risiede nella luce e chi nel buio, lo ha scritto lui. E la regola è solo una, nessun decalogo, e tutti quelli che non seguono quell’unica regola, buoni, prodighi e benefattori che siano, sarebbero destinati alla morte eterna. È scritta e tradotta in tutte le lingue del mondo. Peccato che nessuno abbia voglia di leggerla.

lunedì 12 maggio 2008

Alla ricerca del tempo perduto

Dopo una gradevole serata di aperitivi luculliani e gelato artigianale nell’aria esotica e salmastra dei navigli milanesi, mi avvio verso casa in compagnia di alcuni amici. È tardi, e la frequenza dei mezzi pubblici è dilatata. “Accidenti, ora avremo un bel po’ da aspettare” – dice qualcuno dopo aver consultato la tabella degli orari. Mi permetto di inquisire su quanto sia eterna questa attesa lungo una vecchia e silenziosa via del centro. “Dieci minuti” – mi dicono.
Dieci minuti. Un bozzolo potrebbe trasformarsi in farfalla, in ben dieci minuti. Potrei farmi la doccia, in dieci minuti. Potrei anche mangiare una pizza, in dieci lunghi minuti.
La mattina successiva, durante il nostro tragitto verso corso Sempione, io e Claudia siamo rimaste bloccate in un traffico talmente immobile che poteva emanare solo notizie di sinistro. Scendiamo e camminiamo per pervenire al movente dell’imbottigliamento. Steso al suolo, un giovane con la testa nascosta da un casco rosso e il volto aggrottato e digrignante, circondato da uomini luminescenti che si sforzano di spostarlo nella postura corretta. Sul cemento rovente, le chiazze scure del suo sangue. Qualche automobile si lamenta irrequieta. “Ma perché non si spostano? Fateci passare… è tardi”.
Tardi. Guai fare tardi. Talloniamo i minuti spasmodicamente come fossero sorgente di vita, alla ricerca di una proustiana puntualità perduta. Incapaci di ascoltare il silenzio e di vedere nel buio in attesa di un autobus, incapaci di fermarci per il sangue di un ragazzino, incapaci di resuscitare il tempo morto con meditazioni edificanti.
Incapaci e basta.

mercoledì 7 maggio 2008

Saluti

Chiedo venia ai miei lettori per la lunga assenza dallo schermo. I carnali impegni mondani mi hanno distratta dalla mia meditativa arte amanuense. O polpastrellense, piuttosto.
Questi solari giorni oziosi, tuttavia, non sono stati privi di pause riflessive. Gran parte dei miei neuroni sono già andati in vacanza, ma i più alacri tentano ancora di mettere in mostra il loro spirito intraprendente. Ad esempio, il mio neurone n.° 7 (li ho numerati per comodità, ma prima o poi avranno anche un nome), ha messo a punto la mia storica teoria della potenza delle parole nei rapporti sociali. Una mia ex coinquilina se la prendeva se non dicevo buon appetito prima di ogni pasto. Ma a me veniva da mangiare e basta. La maggior parte delle volte mi ricordavo troppo tardi e mi ritrovavo a bofonchiare un “uon affetito” abbozzando un sorriso con la polenta in bocca. Oppure lo dicevo dopo aver già finito la frutta, come per dire “ah, guarda che genio, mi son ricordata!”. Ma insomma, “buon appetito” che significa… potrebbe voler dire “che le lenticchie non ti vadano di traverso”, o “che tu possa gustare ogni foglia di quella tua infelice insalata scondita come fosse una succulenta patatina fritta”. È lo stesso, consumato discorso degli auguri. E non rinnegherò mai quanto possa essere potente un mieloso “per favore”, un profondo “grazie”, un affranto “scusa”.
Le nostre parole spesso sono vuote, non sono che convenzioni sociali. Servono a stabilire un contatto, il nostro mayday mayday quotidiano. Io, quando attacco discorsi senza prima dire quel fatidico “ciao”, sono vista come l’eretica della conversazione. Non si saluta??!?! Mi dicono.
Così, neurone n.°7, che a questo punto merita un nome nobile come Eraclito, si rese conto che, paradossalmente e troppo spesso, sono proprio quelle parole più vuote a significare di più nei nostri scambi sociali.
Ora posso andare in pace a fare le crêpes.


P.S. Ciao.