giovedì 31 gennaio 2008

Siamo sinceri - ci sono io e ci siete voi

Siate sinceri: a voi non è mai passato per il capo di volervi vedere vivere. Attendete a vivere per voi, e fate bene, senza darvi pensiero di ciò che intanto possiate essere per gli altri; non già perchè dell'altrui giudizio non v'importi nulla, chè anzi ve ne importa moltissimo; ma perchè siete nella beata illusione che gli altri, da fuori, vi debbano rappresentare in sé come voi a voi stessi vi rappresentate. Che se poi qualcuno vi fa notare che il naso vi pende un pochino verso destra.. no? che ieri avete detto una bugia.. nemmeno? piccola piccola, via, senza conseguenze... Insomma, se qualche volta appena appena avvertite di non essere per gli altri quello stesso che per voi; che fate? (Siate sinceri.) Nulla fate, o ben poco. Ritenete al più al più, con bella e intera sicurezza di voi stessi, che altri vi hanno mal compreso, mal giudicato; e basta. Se vi preme, cercherete magari di raddrizzare quel giudizio, dando schiarimenti, spiegazioni; se non vi preme, lascerete correre; scrollerete le spalle esclamando: "Oh infine, ho la mia coscienza e mi basta".

Quest’uomo ha il prodigioso potere di materializzare i miei pensieri in modo talmente magistrale che quando lo leggo mi sembra che l’inchiostro si muova sulla carta assumendo un aspetto tridimensionale. Tanto che preferisco non commentare onde evitare di distruggere l'esattezza di tale costruzione. Tuttavia, devo precisare che la figura del naso pendente è tendenzialmente androcentrica, non funziona con le donne. Voglio dire, noi donne, anche se non abbiamo il naso storto, ce lo inventiamo: non abbiamo bisogno di una moglie che ci faccia scoprire che il naso ci pende da una parte, ma di un marito che ci convinca del contrario declamando quanto il triangolo della nostra piramide sia perfettamente isoscele – possibilmente vestito da imperatore romano in piedi sul bancone della cucina con un braccio rivolto verso il faretto del soffitto. Poi non importa se non sappiamo cosa sia una piramide o cosa significhi isoscele, ciò che conta è che sia PERFETTAMENTE isoscele. Ad ogni modo, tranquillo Luigi, ho afferrato il concetto. E anche il mio naso.



domenica 27 gennaio 2008

Torri e antenne paraboliche

C’è chi si costruisce i castelli per aria (2,4 secondi di silenzio per il nebuloso castello del governo sinistramente crollato) e chi se li costruisce per terra. Circa una settimana fa, camminando per le vie di una cittadina nei pressi di Barcellona, la mia attenzione è stata colpita dalla mirabile visione di un castello. Era proprio un castello, ed era proprio lì, in mezzo ai condomini e le strisce pedonali. Mi sono fermata con uno sguardo tra il mistico e l’onirico mentre mia cugina mi spiegava che non era un’opera storica, bensì la dimora di un facoltoso squilibrato del quartiere (“facoltoso” e “squilibrato” possono funzionare da aggettivo e sostantivo intercambiabilmente). Il tipo aveva i soldi e si è fatto un castello. Non gli bastava una bella casa, o una villa, nossignore, voleva IL CASTELLO, e chissenefrega dei piani regolatori. Immagino la reazione delle persone che passano davanti a un castello in città. Qualcuno potrà pensare “che bello, magari potessi avere anch’io un castello”, mentre la maggior parte della gente penserà che il tipo è semplicemente uno psicopatico che non sa che farne dei suoi soldi. Tuttavia, mi attrae questa pazzia. Lo avrà fatto per farsi conoscere, per distinguersi dalla massa, o per sfoggiare la sua prosperità? O forse voleva dire a tutti che non gliene può importare di meno se oggi vanno di moda le ville, a lui piaceva il castello e castello ha fatto. Io me lo immagino chiuso nel suo maniero vestito con un mantello da re mentre impartisce ordini a un esercito di nanetti di gesso attorniato da una corte di scoiattoli impagliati. Ma almeno il suo castello se l’è costruito. (2,6 secondi di silenzio per il nebuloso castello del governo sinistramente crollato – per un totale di 5 secondi intervallati da pausa ricreativa).


(Senza offesa a certi miei sinistri amici. Mi state diplomaticamente simpatici anche se siete sinistri.)


lunedì 21 gennaio 2008

Nel blu dipinto di cemento infarinato

Ogni volta che prendo l’aereo è un’esperienza nuova, come se non l’avessi mai provata prima. Prima mi godo la recita delle hostess che mostrano entusiaste come infilare il giubbotto di salvataggio smanettando ripetutamente per indicare le vie di uscita, e mi incanto in quel tripudio di sorrisi fotocopiati. Poi attendo impaziente che l’aereo decolli per sentire quella portentosa sensazione riassunta dalla magica formula "VINSE" (Viscere-INcollate-al-SEdile), che crocifigge il mio esofago allo schienale in perfetto stile romano. Salvo che oggi l’aereo abbia percorso una pista infinita prima di decollare dall’aeroporto di Barcellona – tanto che mi chiedevo se il pilota pensava di prendere l’autostrada per portarci in Italia. Infine, passo al momento della pressione attappatimpani che mi proietta in un afono e surreale mondo epicureo.

Ma c’è stato qualcosa di ben più banalmente peculiare – passatemi l’ossimoro - che mi ha fatto riflettere oggi. Stamattina il cielo spagnolo lasciava molto a desiderare (ovvero dava su quel grigio cemento infarinato stile dammi-una-lametta-che-mi-taglio-le-vene). In questi casi tendiamo a dire “che schifo il cielo oggi”. Eppure, quando l’aereo varca il limite di una certa quota, ci rendiamo conto che il colore del cielo era in realtà meravigliosamente raggiante, e l’unica cosa color grigio cemento infarinato erano le nuvole che lo offuscavano.

Peccato che solo una volta scavalcate le nostre spesse nuvole infarinate ci rendiamo conto di quanto sia splendentemente e perennemente azzurro il nostro cielo.
La vita è bella, folks.

domenica 6 gennaio 2008

Dolcetto o scherzetto...?!?

Qualche coraggioso oggi mi ha chiesto: “E sulla befana non hai niente da dire?” In realtà, la befana mi sta quasi simpatica.

BEFANA, nome ricco di vocali che addolcisce il duro e torvo nome di STREGA. “Epifania” significa “apparizione, manifestazione” e l’origine cristiana della festività allude all’apparizione dei Re Magi. Ma a noi italiani piace tanto questo mix tra sacro e profano, una sorta di postmodernismo delle feste che combina elementi che cozzano tra loro in maniera formidabile. Quindi, invece dei Re Magi, a noi appare una sfollata di Halloween a cui abbiamo affibbiato un nome che ci ricorda almeno nel suono quello di “epifania”. La parte più entusiasmante, poi, è che questo genio porta i dolci ai bambini, ma glieli mette dentro le calze (volete ingozzarvi di cioccolatini e caramelle? E io ve li metto nei calzini, tiè, vediamo se avete il coraggio...). Che simpatica, la befana! Ai bambini cattivi, invece, dispensa carbone, che raccoglie evidentemente dai caminetti. Ricordo che la sera prima della manifestazione della strega stavo ben attenta che i miei non accendessero il camino (altrimenti mettevamo su un rogo), ma mi chiedevo anche dove arrivassero le calze ai bambini che non avevano il caminetto. E la befana da dove lo prendeva il carbone se un bambino cattivo non aveva il caminetto? Forse ne rubava un po’ dalle case dei bambini buoni col caminetto per darne ai bambini cattivi senza caminetto. Ruba ai buoni per dare ai cattivi.. una specie di Robin Hood al contrario. Forse per questo ha preferito andare al supermercato e comprare il carbone di zucchero. Personalmente però, le proporrei di tornare alla vecchia maniera perché io, ad esempio, amavo il carbone di zucchero e mi comportavo male in modo che la befana mi portasse il carbone. Chissà come gestirà poi il passaggio dai camini a legna a tutti questi tecnologici caminetti elettrici. Magari, nel futuro, le mamme diranno “comportati bene, che la befana ti porta i pellets”… Ah, mi fa impazzire, la befana.


martedì 1 gennaio 2008

I miei migliori auspici

È mia abitudine dilettarmi nel decostruire le nostre prassi consolidate per trovare se in fondo vi sia qualche senso rispettabile. Siamo soliti scambiarci uno stereotipato “Buon Anno” in questi giorni. Eppure, sappiamo bene che un anno è composto da circa 365 giorni, di cui inevitabilmente alcuni saranno “buoni” e altri “cattivi”, e non sarà certo il nostro dozzinale augurio a rendere un anno più o meno “buono”. Anche io dico sempre “Buon Anno”, soprattutto a persone che conosco poco, tipo il fruttivendolo o il gommista, come un saluto per non apparire scortese (qui potrei aprire un discorso sull’essere e l’apparire e sulla valenza del saluto, ma lo serberò per un’altra occasione). Ancor più enigmatico è il “Felice Anno Nuovo”… come si fa a quantificare un anno “felice”? Si fa una media fra i giorni tristi e quelli felici?

Fare auguri personalizzati costa, e ciò che costa non ci piace; perché spendere energia quando potremmo positivamente risparmiarla con un gratuito “Buon Anno”? D’altronde rischieremmo di interrompere il torneo di briscola fra i nostri neuroni per farli concentrare su un impegnativo auspicio studiato. Tuttavia, sono riuscita a convincere i miei ad abbassare le carte e impegnarsi per un attimo. Più che un “Buon Anno”, auguro a mio fratello ed Elisabetta di superare l’esame di Stato e il test d’ingresso alla specializzazione. Auguro a Claudia la saggezza per prendere le decisioni più giuste. Auguro ai miei amici la tenacia per affrontare i giorni “cattivi”. Vi auguro di risparmiare un cucchiaio di lenticchie per chi di fortuna ne ha avuta meno di voi. Non vi auguro di non deludere nessuno, ma di sapere come farvi perdonare quando non siete il modello che avreste desiderato per i vostri genitori, figli, amici, coniugi. Non vi auguro di condividere tutte le scelte delle persone che amate, ma di dimostrare loro il vostro affetto rispettandole. E vi auguro di saper stare soli, e di saper usare la vostra stessa testa, mentre la mitraglia globale vi propone l’omologazione del vostro cervello.

A me stessa auguro di custodire gelosamente ogni piccolo prezioso ricordo dell’anno passato, come un non-ti-scordar-di-me fra i cristalli e gli argenti, perché nessuno, neanche il tempo, possa mai portarmelo via.