giovedì 28 febbraio 2008

PERCHE'?

Avvertenze: questo inserto è tendenzialmente provocatorio. Non leggere se si è religiosamente sensibili. Può provocare escrescenze pruriginose, alterazioni del comportamento, effetti antimuscarinici, cloasma, collasso cardiocircolatorio, borborigmi intestinali, shock anafilattico.
Scherzo.


“Perché metti il dado in frigo se al supermercato sta sugli scaffali?”
- Mi chiese Alessandro, 8 anni, figlio di cari amici di famiglia.
Già, perché. Perché mia nonna lo teneva sempre in frigo, e se lo faceva lei, significava che era giusto così.

Penso a questa sua domanda mentre sento una voce belare fuori dalla mia finestra seguita da un pigro eco di mega lucciole. Bella cosa, la religione. Ce n’è per tutti i gusti e ogni tanto ne esce una versione nuova, a volte anche limitata, come il magnum algida. Ci sono i buddisti per i contorsionisti, i musulmani per i masochisti aggressivi, gli hare krishna per i ballerini calvi, gli scientology per i miliardari appassionati di fantascienza, i testimoni di Geova per i venditori ambulanti mancati ed emofobi, gli scintoisti per gli amanti della natura nostalgici del passato, i bambini di satana per gli autolesionisti fanatici di Manson, gli agnostici per gli irrisoluti impenitenti e gli insicuri, i darwinisti per i piccoli chimici e gli estimatori di scimmie, la Tatangelo per i gay, e i cristiani per i poveri. Perché ho detto per i poveri? Non so, rispondetemi voi. Troppo spesso si accetta ciò che viene detto senza chiedersi perché. Nel brano a cui i musulmani fanno appello, sta scritto che sono proibite le carni di cammello, cavallo, lepre, coniglio e maiale, ma non mangiano solo il maiale, perché ormai si è tramandato così e basta. Perché bisogna vestirsi da lucciole e fare pigramente l’eco a una voce che bela? Perché intossicarsi d’incenso? Perché raccontare i propri segreti a un uomo dentro una scatola di legno? Perché toccare freneticamente testa spalle e boh non so che altro quando si entra in una chiesa? Personalmente, sono una cristiana P/protestante perché un giorno qualcuno si è chiesto perché.

I bambini chiedono sempre perché. Smettono di chiederlo quando invecchiano. Fossilizzarsi nel sepolcro della tradizione, annichilire la mente nelle forme prefabbricate, aggrapparsi alla pesante ancora dell'abitudine, crogiolarsi nel tiepido brodo dell’ignoranza, abbuffarsi dell’insipido omogenizzato premasticato dai furbi.
Non smettiamo mai di mettere in discussione ciò che facciamo, ciò che pensiamo, ciò che seguiamo, ciò che sosteniamo. Quando smettiamo di chiederci perché, sopraffatti dalla paura di cambiare e dalla pigrizia di imparare, allora sì, diventiamo vecchi.

E i miei dadi sono in dispensa.


martedì 26 febbraio 2008

Le bucoliche

Stamattina aprire la finestra di camera mia è stato un tripudio di gioia.
L’albicocco che si colora modestamente di gemme di corallo, le violette che la mamma ha piantato con maestria sotto il portico che spuntano magicamente sotto l’ulivo, i pettirossi sul ciliegio nudo che giocano a chi perde le corde vocali per primo, i passerotti junior che fanno scuola volo inchiodando rovinosamente tardi, il cane del vicino di destra che tenta di scavare l’ennesima buca per entrare nel nostro giardino (si sa, l’erba del vicino è sempre più verde.. ho provato a spiegarglielo, ma Lessie non ha ancora capito che non è una capra), i cavalli del vicino di sinistra che scalpitano irrequieti per la voglia di correre via (dalla sinistra), i primi moscerini che rompono delicatamente le scatole piroettando nell’etere più prossimo alla propria faccia e che si moltiplicano per uccisione, i pesci che scodinzolano (scodinzolano?) nell’acquario con la loro allegria deliziosamente afona e impassibile (quelli non sono in giardino, ma dovevo concludere il cerchio della vita). Siamo ai primi gioiosi caldi di fine febbraio e questo stuzzicante tepore mi fa venire voglia di baciare in bocca l’effetto serra. Sono addirittura progredita dallo stadio di gobbo di Nôtre-Dame a quello di rana con la sciatica.
Scendo a dare il buongiorno alla fragola e al limone, che insieme sono una gran bella coppia (soprattutto sotto forma di sorbetto, ma non glielo dico per non spaventarli). Mi sento fortunata quando penso ai poveri bambini dei Paesi sviluppati che non sanno neanche che forma abbiano le foglie della fragola (perché maestra, il fragolo ha le foglie?), o che il pollo non nasca necessariamente impanato e che la forme delle patate sia tendenzialmente ovale (più che a bastoncino). Poveri piccoli. Proporrei una colletta per offrire a tutti una gita in campagna.
Proseguo verso l’orto seguendo la scia aromatica di lavanda, salvia e rosmarino, e sento un vento luminoso e solleticante dividermi i capelli. Respiro e abbraccio un sole che non brucia e mi rendo conto che.. no, non possiamo essere soli qui.




sabato 23 febbraio 2008

Lo strappo del sabato sera

È sabato sera. Cosa può fare una 22enne neolaureata il sabato sera? Una marea di cose, direi. Eppure, io mi ritrovo ad aggirarmi per casa con la scioltezza di Quasimodo di Nôtre-Dame nei suoi giorni peggiori e con lo sguardo di un rinoceronte con sindrome premestruale (prima o poi Licia Colò mi citerà in giudizio). Il fatto di zoppicare è dovuto allo strappo lacerante alla mia fascia lombare che mi sono presa qualche giorno fa sul tapis roulant (il bello di averlo in casa è che mi ha permesso di ululare, guaire, garrire, ruggire e anche barrire un po’ senza pormi troppi problemi). Pur di non farmi fare la mesoterapia da mio padre – o peggio ancora, da mio fratello - mi tengo volentieri questo sensuale passo parigino. Lo sguardo da rinoceronte, invece, è dovuto al fatto che i miei hanno avuto la splendida idea di invitare a cena tre coppie con figli di quell’età indefinibile che copre tutta l’infanzia. Intendiamoci, i bambini possono essere adorabili, ma quando superano il numero di tre messi insieme, riescono a raggiungere un livello di decibel proibito dalla legge e a mettere a soqquadro una stanza vuota. Nonostante i genitori stessero cenando nella cucina del piano terra, i bambini trovano sempre morbosamente divertente giocare sulle scale. Riuscire a scendere inosservata dalla mansarda alla cucina del primo piano (vestendomi di marrone per mimetizzarmi con il parquet) è stata un’impresa memorabile. Sono anche stoicamente riuscita a vincere l’irrefrenabile istinto di uscire dalla cucina per fare i versi degli animali mentre i bambini cantavano Nella vecchia fattoria, e a non buttare in piscina la bambina-giradischi che si è ingoiata l’hit parade degli sfigati.
Ora, con il permesso di Walt Disney, Quasimodo va a farsi una meritata doccia dopo tante disavventure.
(Anche perché spero che l'isolamento della mia mansarda, lo scroscio dell'acqua e la musica a palla, riescano in qualche modo ad attutire l'effetto Dolby surround della bambina-giradischi e il grido della foresta del bambino-Tarzan)


(io ero Jane)


(E anche Catwoman ogni tanto)



giovedì 21 febbraio 2008

Teen power

Oggi guardavo delle vecchie foto della mia adolescenza e sento di non poter fare a meno di raccogliere qualche mio ricordo di quella spensierata età.

Le adolescenti
- Si impara a scrivere per sigle (dobbiamo a loro tutti i nostri sanvalentineschi cmq tvtb xk 6 sux fg) e le prime parole inglesi che si memorizzano sono best friends forever (bf4ev). Peculiari i rapporti fra ragazzine. O ci si odia sentitamente e ci si augura k1ssstsxs (che uno struzzo spaventato scambi il tuo stomaco per sabbia) o si entra nel circolo delle best friends forever e ci si può sbizzarrire scrivendo nei diari delle proprie 280 best friends quanto le si vb e che npvslxksnunk.
- Si asserisce con convinzione la squisitezza delle succulente gallette di riso e la cremosità del latte scremato (mentre si recita silenziosamente e devotamente il mantra megliomortaoggichegrassadomani). Nel contempo, però, si eseguono i primi esperimenti in cucina e si impara a fare il salame di cioccolato (e basta). Alle feste ci si ritrova sempre così: “ho portato il salame di cioccolato! – Anche tu? Anche noi!!!!!!!! – Ma è perché siamo best friends forever, siamo trooooooooooppo uguali!!!!!!!
(quanto odio tutti quei punti esclamativi)
- Si fanno le gite al bagno con il gruppo di sostegno (con tanto di borraccia, provviste, bussola e sacco a pelo). Mai affrontare certi momenti da sole.
- Si dorme rigorosamente a pancia in su (altrimenti il topexan si incollerebbe al cuscino, il che sarebbe un peccato dopo le due ore trascorse a spalmarlo su ogni singolo foruncolo. Magari poi è anche un ottimo zanzaricida).
- Ci si bacia sulle guance in continuazione (tipo quando si torna al proprio banco dopo un’interrogazione alla cattedra o prima di andare in bagno. A volte baciavamo anche Valentina Mazzoli prima di chiuderla nell’armadietto dietro la lavagna).

Gli adolescenti
Sui ragazzi non posso sbilanciarmi, ma si innamorano sempre della supplente. Non importa che non riesca a guardarli con entrambi gli occhi contemporaneamente, che abbia i baffetti neri di Don Diego, il collo retrattile di una tartaruga ninja e quel tic che la fa ragliare ogni tre minuti. L’importante è che sia giovane.

Teen power.

lunedì 18 febbraio 2008

La spesa - 2° parte

Riassunto della puntata precedente: Il sabato mattina vado spesso a fare la spesa, quella grossa. Ma quando si è fatta una cert’ora, esco dal supermercato in perfetto stile hare krishna.

Dopo essermi liberata dai due chilometri di scontrino aggrovigliatisi attorno al mio corpo mentre suonavo il tamburello invocando krishna, mi accorgo che la signora che aveva camuffato l’insalata da cavolfiore aveva anche parcheggiato l’auto sul posto riservato ai portatori di handicap. Forse è diversamente abile. Sarà cieca. (ma secondo me è furba). Dopo essermi intrattenuta guardando la signora mentre tenta di accendere un motore probabilmente brevettato dal prozio di Leonardo, scorgo finalmente la parte importante.

E’ lì, immobile al solito posto, come ogni sabato mattina. In piedi, accanto ai suoi pacchetti di fazzoletti e qualche altro indecifrabile oggetto colorato appoggiati sui carrelli impilati. Quando mi vede, però, mi corre incontro e mi salva da quel peso massimo del mio carrello che minaccia di trascinare il mio peso becco (piuma mi sembra poco) fino in fondo al parcheggio (di un altro supermercato). Mi sorride e mi prende il carrello, per aiutarmi a caricare il portabagagli.

Amir è minorenne. Viene dalla Tunisia, dove a lasciato la madre cardiopatica. Che bello vederti! Come sta la nonna? - Mah, il solito, un giorno ride, un giorno piange.. – e a Milano? Come va? – Una succulenta delizia calcestruzzosa direi.. ma tu, come stai? – IO STO BENE.
Conosco Amir da qualche anno. Indossa gli stessi vestiti da sempre, gennaio o agosto che sia, a volte penso che ci sia nata dentro. E porta un cappellino, non l’ho mai vista senza. Non so se scoprirò mai il perché di quel cappellino, ma preferisco non saperlo. Amir mi sorride sempre, con quei suoi occhioni tristi, e mi dice che sta bene. Sta bene, gente, sta bene. I suoi saluti rincorrono ansimanti la mia auto che la abbandona a malincuore, finché non sparisce dall’orizzonte.

Non vedo l’ora che arrivi il sabato. È lei che mi ha insegnato a sorridere.

domenica 17 febbraio 2008

La spesa - 1° parte


Il sabato mattina vado spesso a fare la spesa, quella grossa. È bello fare la spesa. Al reparto frutta e verdura c’è sempre la vecchietta che pesa l’insalata pigiando il tasto dei cavolfiori (perché è furba). Al banco frigo il bambino con i capelli rossi che ulula tediosamente perché vuole kinder happy hippo, kinder pinguì, kinder maxi king e kinder paradiso (la fetta al latte no che è troppo sana) e ci si sforza di raggiungere qualche stadio di isolamento mentale buddista per evitare di infilargli un ananas in bocca. Al banco dei salumi ci sono sempre quei 47 minuti di attesa durante i quali si può perfezionare il più sensuale sguardo da vacca da latte che contempla il treno che passa. Poi si passa all’inevitabile scorta di prodotti in offerta, come i croccantini per cani al gusto di manzo e verdurine a forma di casette colorate (in caso un giorno volessimo comprare un cane) o i Pampers baby dry con il 30% di sconto (prima o poi si dovrà fare un figlio, no?). Alle casse, invece, quei 183 minuti di fila ci permettono di terminare l’ultimo sudoku incompiuto e di tergiversare giocondamente con la vicina di carrello con la permanente che sembra un porcino ricoperto di muschi e licheni (anche per l’odore). Poi, dopo lo scontrino inceppato, la signora che deve andare a ripesare l’insalata perché c’è un prezzo del cavolfiore, il barattolo delle olive che perde salamoia, il vecchietto che chiede alla cassiera di cercargli se ha 87 centesimi nel borsellino che lui non ci capisce, il bancomat che non funziona e il resto sbagliato, si può uscire - rigorosamente piroettando come un hare krishna munito di mega cimbalo e tamburello.

Ma è ora che arriva la parte importante. Così importante, che dovrò dedicarle un inserto a sé stante.

giovedì 14 febbraio 2008

S. Piccioncino

Oh, che bello, finalmente siamo arrivati alla festa dei piccioni… mi sembra di sentirli tubare allegramente ovunque oggi. Beh, in realtà non so neanche perché ci si riferisce agli innamorati chiamandoli “piccioncini”, dev'essere perché quando si maciullano l’uno contro l’altro pubblicamente sono brutti come i piccioni.

Quando penso a un mio eventuale futuro da piccione, mi auguro sempre che tale metamorfosi non coinvolga anche il mio cervello – in fondo, si sa, i piccioni non sono proprio delle aquile. I piccioni di oggi si lasciano infervorare troppo dalle briciole di pane. Amoreggiano svisceratamente dopo il secondo appuntamento e ancor prima di sapere il cognome del proprio compagno piccione, si scambiano regali da ipoteca e si tatuano iniziali sulle braccia, inviano sms zuccherosi e concorrono a chi scrive il TVTNPSDTB più complicato. Si squillano continuamente per assicurarsi di essere ancora vivi quando sono lontani uno dall’altro e si giurano amore eterno recitando involucri di Baci Perugina. Poi, dopo il matrimonio, la picciona va con l’idraulico perché non si sente più apprezzata, e il piccione va con la cameriera perché… mah, perché è carina e basta. Ah, se solo i piccioni avessero un po’ più di pazienza prima di avventarsi sulla prima briciola di pane… se solo la osservassero bene prima. Magari non era pane, ma un cracker stantio. O magari era solo una pallina di polvere.



Personalmente, preferirei un piccione che si dimentichi di S. Valentino, ma che mi porti un tulipano dopo una lunga, ordinaria e dozzinale giornata di lavoro. Un piccione che non mi paragoni a tutto il cerchio celeste delle costellazioni spaziali, ma che apprezzi la banalità dei miei occhi struccati al mio traumatico risveglio mattutino. Un piccione che non mi imbastisca iliadi di melassa, ma che mi sappia dire scusa quando sbaglia. E un piccione che non mi prometta felicità e ricchezze eterne, perché quell’odiosa cattiva sorte arriverà ineluttabilmente. Mia madre mi ricorda sempre che le favole si concludono con il matrimonio, perché se facessero vedere cosa succede dopo non sarebbero più favole. Anche Biancaneve deve stirare i calzini, e la Bella deve vedersela con la Bestia.


I miei non hanno mai festeggiato S. Piccioncino, eppure serbano quella magica formula che permette loro di abbracciarsi dopo ogni litigio, di andare a prendersi una birra insieme di nascosto, di divertirsi come bambini davanti a un film di Troisi, di tenersi la mano per attraversare la strada, di sorridere affettuosamente ai difetti dell'altro.
Ed è quella, è la loro formula che voglio rubare.

domenica 10 febbraio 2008

Per Elisa

Ogni volta che torno da un lavoro in trasferta, amo aprire la mia casella di posta elettronica per vederla intasata di messaggi. Tra tanti messaggi, ce n’è sempre qualcuno di inatteso e di particolarmente interessante. Questa volta, è stato il turno di Elisa. Elisa ed io eravamo nella stessa classe al liceo. Non siamo mai state migliori amiche, né ci siamo mai frequentate oltre le nostre cinque ore mattutine. Ma tra me ed Elisa c’era un’intesa speciale. Mentre io mi dimenavo contro i miei mulini a vento per fare la paladina della giustizia, sapevo che lei era l’unica ragazza che mi appoggiava (ho detto ragazza, Giallo). Sentire la sua silenziosa ammirazione e il suo caldo consenso, scatenava la mia fragorosa anticonvenzionalità e infuocava la mia battaglia già arroventata. Nonostante fossi più piccola di lei, il rispetto che mi portava era disarmante. Mi sosteneva nel dire no quando faceva scomodo, e nel dire sì quando non faceva comodo. Elisa mi ha scritto due splendidi messaggi durante questa mia settimana di assenza, un breve saluto e un suo flusso di coscienza. A un certo punto ha scritto:
"CI SONO TROPPE DISTRAZIONI
TROPPI SPAZI PUBBLICITARI
PERDO LA CONCENTRAZIONE"

In ritorno dal teatrino di paillettes milanese in cui gioco il ruolo di marionetta, queste vaghe parole mi hanno incendiato dentro qualche amara considerazione. Un mondo di poster e cartelloni iridescenti, che sanno del sudore di chi li ha affissi per poche centinaia di euro al mese, i bagni lustrati dalle rumene e le corsie assiduamente spazzolate dai maghrebini impegnati nel raccattare ogni nostro rifiuto. Ex tossicodipendenti che ci consegnano le fatture dei mini sandwich e del succo d’ananas allo stand, anziani analfabeti che girano vestiti da evidenziatori con una radiolina in mano per assicurarsi che non accada non so cosa – come se avessero le forze per intervenire in qualche modo. Storie angosciosamente agghiaccianti che ci camminano dietro le spalle come fantasmi, mentre discutiamo nel soffice autismo delle nostre poltrone a quale bevanda sia meglio associare i pasticcini al cioccolato con scaglie di mandorle. Una scaglia mi va di traverso, e perdo rovinosamente la concentrazione.
Perché alzo gli occhi e mi accorgo che l'impalcatura sopra i riflettori....
è brutta.

domenica 3 febbraio 2008

De pulvis

Qualche settimana fa, Claudia mi ha detto che potrei mettermi a discorrere anche su un granello di polvere. Se ci pensiamo bene, tuttavia, i granelli di polvere sono un elemento basilare della nostra vita, anche se al tempo stesso negletti ed esiliati dai nostri discorsi. I granelli di polvere sono ovunque, li respiriamo, li mangiamo (chissà se li digeriamo..?), li tocchiamo, li schiacciamo. Si nascondono timidamente alla nostra vista, ma sono sempre lì, minacciosamente intorno a noi, e solo un raggio di sole rivelerà la loro fitta e inquietante presenza. Siamo circondati.
Qualcuno potrebbe pensare che svolgano un ruolo inutile, accumulandosi insistentemente sulle nostre mensole e i nostri pavimenti per costringerci a pulire. Poi chissà perché alcuni si posano a terra mentre altri continuano ad aleggiarci intorno. Forse quelli che si posano sono i granelli obesi o i granelli ribelli che si sono rotti di ruotare incessantemente nell’atmosfera e propongono un sit-in. Anch’io a volte ci penso, chissà qual è il ruolo dei granelli di polvere. Forse sono lì per farci riscoprire la deliziosa esistenza del piccione di terracotta regalatoci dalla zia Berecchia (che va periodicamente spazzolato da quei dieci centimetri grigi che lo ricoprono per tornare riconoscibile), o per ricordarci da quanto tempo non apriamo il dizionario di latino. Magari ci circondano perché il loro obiettivo è conquistare il mondo, prima o poi.

Ottimo, questo era un esercizio che mi tornerà molto utile questa settimana a Rho, mentre mi chiederanno di tradurre in francese l’utilità di un impianto di laminazione a freddo. Potrei intrattenere i clienti spiegando che neanche i pannelli laminati in alluminio ALCOA sono esenti dal minaccioso accumulo dei granelli di polvere…
La mia prossima laurea sarà in Tergiversazione e Temporeggiamento applicato.

venerdì 1 febbraio 2008

Le voci del mio ego

Ieri una persona che amo molto mi ha detto che invidia la mia grinta. Sono rimasta un po’ a riflettere. “Mia” e “grinta” sono due parole che in passato pensavo non potessero mai essere collocate insieme. Grinta è una parola che mi piace, un po’ onomatopeica, con tutte quelle consonanti gutturo-liquido-dentali, mi riporta al ringhio di un cane rabbioso – anzi, arrabbiato. È quel “mia” che mi fa pensare… Ho passato un’adolescenza a nascondermi dal mondo credendomi brutta e a sgranocchiare carotine scondite credendomi grassa. Arrivata a Forlì piagnucolavo e volevo chiamare "Rufinaaaaaa!" (la mia governante) perché non sapevo come si lavava un pavimento (con lo scottex?), né sapevo che la lavatrice mi avrebbe tirato il suo più classico tiro mancino (sempre colpa della sinistra) trasformando la mia biancheria in “coloreria” dopo il mio primo tentativo di lavaggio. Volevo la mamma perché la mie coinquiline fumavano copiosamente dentro casa, inquinandomi narici e polmoni. Volevo il papà, perché tornare in quella casa a piedi la sera dopo lezione mi metteva paura. Volevo la nonna, perché non sapevo che i carciofi andavano puliti prima di essere cucinati (lezione di vita: si mangia il cuore, non tutto il carciofo). Poi volevo lasciare la scuola per interpreti dopo aver fatto rovinosamente schifo al primo esame (francese scritto, prof. Costantini.. aah, che uomo). Frignavo perché mi avevano rubato i soldi all’università e mi veniva da piangere ogni volta che pioveva.
Che GRRRRRINTA, ragazzi!
Dopo tante analoghe vicissitudini, l’ultima volta che mi sono pianta addosso qualcuno mi ha chiamata “femminuccia” e mi sono rivoltata. Mai, e dico MAI, toccare il mio Orgoglio maschile. A volte grinta è cercare di spingere 35 chili mentre sai che la tua fragile massa muscolare femminile non ne ha mai sopportati più di 20 (uomini, tranquilli, sto usando un tu impersonale). Inoltre, quel saccente spaccone del mio Sennodelpoi mi ha saccentemente e spacconamente insegnato che i problemi sono come le montagne che vedevo dall’aereo… viste da lontano, sembrano così piccole che mi sembra di poterle schiacciare. E il mio Orgoglio maschile mi ha insegnato a non darla vinta a quello strafottente di Sennodelpoi, ma di sforzarmi a creare un Sennodelladesso.


E Sennodelladesso mi dice che niente che in questo mondo valga la pena avere si ottiene facilmente.


P.S. Si sarà capito qualcosa in questo mio disorganico gioco di voci interiori?
P.P.S. Le carotine sono più buone fritte.