lunedì 12 maggio 2008

Alla ricerca del tempo perduto

Dopo una gradevole serata di aperitivi luculliani e gelato artigianale nell’aria esotica e salmastra dei navigli milanesi, mi avvio verso casa in compagnia di alcuni amici. È tardi, e la frequenza dei mezzi pubblici è dilatata. “Accidenti, ora avremo un bel po’ da aspettare” – dice qualcuno dopo aver consultato la tabella degli orari. Mi permetto di inquisire su quanto sia eterna questa attesa lungo una vecchia e silenziosa via del centro. “Dieci minuti” – mi dicono.
Dieci minuti. Un bozzolo potrebbe trasformarsi in farfalla, in ben dieci minuti. Potrei farmi la doccia, in dieci minuti. Potrei anche mangiare una pizza, in dieci lunghi minuti.
La mattina successiva, durante il nostro tragitto verso corso Sempione, io e Claudia siamo rimaste bloccate in un traffico talmente immobile che poteva emanare solo notizie di sinistro. Scendiamo e camminiamo per pervenire al movente dell’imbottigliamento. Steso al suolo, un giovane con la testa nascosta da un casco rosso e il volto aggrottato e digrignante, circondato da uomini luminescenti che si sforzano di spostarlo nella postura corretta. Sul cemento rovente, le chiazze scure del suo sangue. Qualche automobile si lamenta irrequieta. “Ma perché non si spostano? Fateci passare… è tardi”.
Tardi. Guai fare tardi. Talloniamo i minuti spasmodicamente come fossero sorgente di vita, alla ricerca di una proustiana puntualità perduta. Incapaci di ascoltare il silenzio e di vedere nel buio in attesa di un autobus, incapaci di fermarci per il sangue di un ragazzino, incapaci di resuscitare il tempo morto con meditazioni edificanti.
Incapaci e basta.

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