Era un pilota dell’età di mio padre. Aveva affrontato mille viaggi e combattuto la guerra del Golfo. Lascia una figlia venticinquenne e due figli appena adolescenti. Breve e inconcepibile la fine di quest’uomo, travolto insieme alla sua bici dalla mazda di una giovane mentre raggiungeva il suo elicottero. Sembra suggerire che il pericolo non sia volare, ma restare a terra.
In un aeroporto nelle vicinanze di Cremona, ho assistito oggi alla cerimonia di saluto. La sua bara aperta, lui protetto da un pizzo bianco. Tanta gente che lo toccava per poi fare automatici segni strani colpendosi spalle e fronte e baciandosi le mani. Un uomo con il collare e una sciarpetta viola sembrava leggere poesie mentre la gente intorno continuava a toccarsi settariamente e a ripetere un ritornello meccanicamente. Io assistevo in osservazione. L’ometto viola confortava parenti e amici dicendo che adesso il caro pilota, avvezzo al volo, risiede ancora più in alto, perché accolto dalla luce del cielo. Perché? Perché era una cara, brava, buona, generosa persona. Perché basta essere buoni per andare in paradiso. Sarebbe interessante trovare il decalogo della bontà, per capire i principi in base ai quali si rientra nella categoria dei buoni e quelli secondo i quali invece saremmo cattivi e condannati. Qualcuno dovrà pur averli stesi, altrimenti come fanno i preti a determinare chi va dove? Dante ci ha provato, ma se valessero i suoi principi, l’inferno sarebbe gremito e il paradiso deserto. Invece, sentendo le omelie dei funerali, sembrerebbe che l’inferno sia prerogativa degli ergastolani. E forse neanche loro, perché in fondo erano buoni e hanno agito per sbaglio, una svista direi. Poi si sono perfino confessati. Quindi forse l’inferno è solo per i pluriomicidi impenitenti.
Dietro la bara, la rappresentazione di un altro morto. Un morto per morte di croce. La più tremenda. Perché sta lì? Se è vero che si è immolato, perché lo ha fatto? A cosa è servito il suo sacrificio? Purtroppo o per fortuna, ladies and gentlemen, il regolamento che determina chi va su e chi va giù, chi risiede nella luce e chi nel buio, lo ha scritto lui. E la regola è solo una, nessun decalogo, e tutti quelli che non seguono quell’unica regola, buoni, prodighi e benefattori che siano, sarebbero destinati alla morte eterna. È scritta e tradotta in tutte le lingue del mondo. Peccato che nessuno abbia voglia di leggerla.
In un aeroporto nelle vicinanze di Cremona, ho assistito oggi alla cerimonia di saluto. La sua bara aperta, lui protetto da un pizzo bianco. Tanta gente che lo toccava per poi fare automatici segni strani colpendosi spalle e fronte e baciandosi le mani. Un uomo con il collare e una sciarpetta viola sembrava leggere poesie mentre la gente intorno continuava a toccarsi settariamente e a ripetere un ritornello meccanicamente. Io assistevo in osservazione. L’ometto viola confortava parenti e amici dicendo che adesso il caro pilota, avvezzo al volo, risiede ancora più in alto, perché accolto dalla luce del cielo. Perché? Perché era una cara, brava, buona, generosa persona. Perché basta essere buoni per andare in paradiso. Sarebbe interessante trovare il decalogo della bontà, per capire i principi in base ai quali si rientra nella categoria dei buoni e quelli secondo i quali invece saremmo cattivi e condannati. Qualcuno dovrà pur averli stesi, altrimenti come fanno i preti a determinare chi va dove? Dante ci ha provato, ma se valessero i suoi principi, l’inferno sarebbe gremito e il paradiso deserto. Invece, sentendo le omelie dei funerali, sembrerebbe che l’inferno sia prerogativa degli ergastolani. E forse neanche loro, perché in fondo erano buoni e hanno agito per sbaglio, una svista direi. Poi si sono perfino confessati. Quindi forse l’inferno è solo per i pluriomicidi impenitenti.
Dietro la bara, la rappresentazione di un altro morto. Un morto per morte di croce. La più tremenda. Perché sta lì? Se è vero che si è immolato, perché lo ha fatto? A cosa è servito il suo sacrificio? Purtroppo o per fortuna, ladies and gentlemen, il regolamento che determina chi va su e chi va giù, chi risiede nella luce e chi nel buio, lo ha scritto lui. E la regola è solo una, nessun decalogo, e tutti quelli che non seguono quell’unica regola, buoni, prodighi e benefattori che siano, sarebbero destinati alla morte eterna. È scritta e tradotta in tutte le lingue del mondo. Peccato che nessuno abbia voglia di leggerla.

1 commento:
ma insomma lo aggiorniamo questo blog? sennò io che leggo da quassù?
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