Qualche giorno fa, osservavo la mia bella mimosa in giardino. Gialla di quel giallo che ti fa rallentare, perché pensi che qualcuno abbia fatto un incidente. Brillante, profumata. Peccato che duri così poco. Forse è proprio per questo che l’hanno scelta come simbolo della festa delle donne.
Ah, che bella festa, la festa delle donne. Non vedo l’ora che arrivi. L’hanno scorso in un ristorante a Forlì a me e Claudia regalarono una seduta relax in un centro estetico, e quest’anno abbiamo deciso di festeggiare allo stesso modo a Cremona. Quella volta camminammo per mezzora al buio sotto la pioggia per raggiungere il posto, ma ne era valsa la pena. Ricordo ancora il bagno turco, con quegli spruzzi di vapore che ti assalgono da tutte le parti per farti provare l’ebbrezza di sentirti un pollo stufato – o una zucchina bollita, a scelta. Il solletico del sudore lungo la schiena, io che tento di parlare con Claudia (ma per mancanza di ossigeno opto per i segnali di fumo con l’asciugamano), il fondoschiena instabile che sguilla sulle panchine bagnate. Che personaggi, i turchi. I bagni alla turca fanno schifo, ma i bagni turchi sono uno schianto. Poi, uscendo dalla sala dei turchi, ci si imbatte nell’inevitabile checca muscolosa che si depila anche dentro il naso e che sfila da perfetto automa fissando un punto indefinito nello spazio. Dopo che abbiamo totalmente ignorato il suo virile sfoggio di calvizie corporale, ci immergiamo nelle mille bolle dell’idromassaggio e io sprofondo nella pace dei sensi perdendomi nelle spirali dei miei illuminanti pensieri ascetici. Quando la nostra pelle raggiunge finalmente la parvenza di una novantenne tartaruga rugosa, abbandoniamo a malincuore l’acqua per chiuderci nella siccità della sauna. Lì si che si respira. Quella stuzzicante aria del Sahara nell’accogliente luce giallastra esaltata dal secco calore del legno e dei carboni. Una toccasana sudorifera che ci porta a invocare Apu Illapu attraverso un’aborigena danza della pioggia. Infine, ci aspettano gli inquietanti raggi della lampada. Mi incremo al punto che qualsiasi abbraccio mi avrebbe fatto saltare a mo’ di palla matta per tutto il centro estetico, e affronto la mia prima – e ultima - esperienza nella gabbia del terrore. Quei tubi di neon mi proiettano nel mistico mondo extraterrestre, tanto che intono per tutto il tempo la sigla di x-files calandomi nel ruolo dell’abominevole alieno incremato.
Un’esperienza magica e rigenerante, che solo la miracolosa festa delle donne poteva concedermi. Ah, che bella festa, la festa delle donne.
Ma credo sarà meglio parlarne al momento opportuno.
Ah, che bella festa, la festa delle donne. Non vedo l’ora che arrivi. L’hanno scorso in un ristorante a Forlì a me e Claudia regalarono una seduta relax in un centro estetico, e quest’anno abbiamo deciso di festeggiare allo stesso modo a Cremona. Quella volta camminammo per mezzora al buio sotto la pioggia per raggiungere il posto, ma ne era valsa la pena. Ricordo ancora il bagno turco, con quegli spruzzi di vapore che ti assalgono da tutte le parti per farti provare l’ebbrezza di sentirti un pollo stufato – o una zucchina bollita, a scelta. Il solletico del sudore lungo la schiena, io che tento di parlare con Claudia (ma per mancanza di ossigeno opto per i segnali di fumo con l’asciugamano), il fondoschiena instabile che sguilla sulle panchine bagnate. Che personaggi, i turchi. I bagni alla turca fanno schifo, ma i bagni turchi sono uno schianto. Poi, uscendo dalla sala dei turchi, ci si imbatte nell’inevitabile checca muscolosa che si depila anche dentro il naso e che sfila da perfetto automa fissando un punto indefinito nello spazio. Dopo che abbiamo totalmente ignorato il suo virile sfoggio di calvizie corporale, ci immergiamo nelle mille bolle dell’idromassaggio e io sprofondo nella pace dei sensi perdendomi nelle spirali dei miei illuminanti pensieri ascetici. Quando la nostra pelle raggiunge finalmente la parvenza di una novantenne tartaruga rugosa, abbandoniamo a malincuore l’acqua per chiuderci nella siccità della sauna. Lì si che si respira. Quella stuzzicante aria del Sahara nell’accogliente luce giallastra esaltata dal secco calore del legno e dei carboni. Una toccasana sudorifera che ci porta a invocare Apu Illapu attraverso un’aborigena danza della pioggia. Infine, ci aspettano gli inquietanti raggi della lampada. Mi incremo al punto che qualsiasi abbraccio mi avrebbe fatto saltare a mo’ di palla matta per tutto il centro estetico, e affronto la mia prima – e ultima - esperienza nella gabbia del terrore. Quei tubi di neon mi proiettano nel mistico mondo extraterrestre, tanto che intono per tutto il tempo la sigla di x-files calandomi nel ruolo dell’abominevole alieno incremato.
Un’esperienza magica e rigenerante, che solo la miracolosa festa delle donne poteva concedermi. Ah, che bella festa, la festa delle donne.
Ma credo sarà meglio parlarne al momento opportuno.


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