Chiedo venia ai miei lettori per la lunga assenza dallo schermo. I carnali impegni mondani mi hanno distratta dalla mia meditativa arte amanuense. O polpastrellense, piuttosto.
Questi solari giorni oziosi, tuttavia, non sono stati privi di pause riflessive. Gran parte dei miei neuroni sono già andati in vacanza, ma i più alacri tentano ancora di mettere in mostra il loro spirito intraprendente. Ad esempio, il mio neurone n.° 7 (li ho numerati per comodità, ma prima o poi avranno anche un nome), ha messo a punto la mia storica teoria della potenza delle parole nei rapporti sociali. Una mia ex coinquilina se la prendeva se non dicevo buon appetito prima di ogni pasto. Ma a me veniva da mangiare e basta. La maggior parte delle volte mi ricordavo troppo tardi e mi ritrovavo a bofonchiare un “uon affetito” abbozzando un sorriso con la polenta in bocca. Oppure lo dicevo dopo aver già finito la frutta, come per dire “ah, guarda che genio, mi son ricordata!”. Ma insomma, “buon appetito” che significa… potrebbe voler dire “che le lenticchie non ti vadano di traverso”, o “che tu possa gustare ogni foglia di quella tua infelice insalata scondita come fosse una succulenta patatina fritta”. È lo stesso, consumato discorso degli auguri. E non rinnegherò mai quanto possa essere potente un mieloso “per favore”, un profondo “grazie”, un affranto “scusa”.
Questi solari giorni oziosi, tuttavia, non sono stati privi di pause riflessive. Gran parte dei miei neuroni sono già andati in vacanza, ma i più alacri tentano ancora di mettere in mostra il loro spirito intraprendente. Ad esempio, il mio neurone n.° 7 (li ho numerati per comodità, ma prima o poi avranno anche un nome), ha messo a punto la mia storica teoria della potenza delle parole nei rapporti sociali. Una mia ex coinquilina se la prendeva se non dicevo buon appetito prima di ogni pasto. Ma a me veniva da mangiare e basta. La maggior parte delle volte mi ricordavo troppo tardi e mi ritrovavo a bofonchiare un “uon affetito” abbozzando un sorriso con la polenta in bocca. Oppure lo dicevo dopo aver già finito la frutta, come per dire “ah, guarda che genio, mi son ricordata!”. Ma insomma, “buon appetito” che significa… potrebbe voler dire “che le lenticchie non ti vadano di traverso”, o “che tu possa gustare ogni foglia di quella tua infelice insalata scondita come fosse una succulenta patatina fritta”. È lo stesso, consumato discorso degli auguri. E non rinnegherò mai quanto possa essere potente un mieloso “per favore”, un profondo “grazie”, un affranto “scusa”.
Le nostre parole spesso sono vuote, non sono che convenzioni sociali. Servono a stabilire un contatto, il nostro mayday mayday quotidiano. Io, quando attacco discorsi senza prima dire quel fatidico “ciao”, sono vista come l’eretica della conversazione. Non si saluta??!?! Mi dicono.
Così, neurone n.°7, che a questo punto merita un nome nobile come Eraclito, si rese conto che, paradossalmente e troppo spesso, sono proprio quelle parole più vuote a significare di più nei nostri scambi sociali.
Ora posso andare in pace a fare le crêpes.
P.S. Ciao.

Nessun commento:
Posta un commento