sabato 29 marzo 2008

Quant'è bella giovinezza

Interminabili i viaggi con le ferrovie dello Stato. Meno male che, talvolta, vengano intervallati da qualche gradevole comparsa. Per me è come fare zapping. Nella maggior parte dei casi, si finisce su qualche ignoto canale regionale che manda in onda la televendita della coca cola tarocca aromatizzata al risciacquo di lavastoviglie o della crema antibrufoli all’estratto di bava di lumache. Ma quando si è più fortunati, ci si imbatte in qualche illuminante documentario che ci porta a esplorare territori ignoti e a patteggiare con la nostra innata xenofobia. Un paio di giorni fa, vedo entrare nella mia soavemente tacita carrozza un paio di bambini di 8-9 anni con la loro mamma. Il mio insano pregiudizio mentale mi suggerisce che la mia carrozza non sarebbe più stata soavemente tacita. “Nikolas, voglio starci io vicino alla finestra!” – “Ma mi ci sono messo prima io, Giada!” – “Mamma digli che ci devo stare io perché sono più grande!”. La mamma, con un caldo e stonato accento siciliano, impone saggiamente che nessuno dei due stia vicino al finestrino. “Ora vi do qualcosa da fare”. Ecco, penso, ora cominceranno a recitarmi le avventure di Harry Potter cercando di trasformarmi in un procione selvaggio, o, peggio ancora, a martellarmi i timpani di clicchettii e biribippii gameboyeschi. Invece, la mamma tira fuori due riviste di enigmistica e i bambini si mettono a riempire in massima concentrazione cruciverba e puzzle. Soavemente taciti. “Nikolas, ora mettiti vicino a me e ripetimi le tabelline. Giada, tu dopo mi ripeti geografia”. I miei occhi e le mie orecchie si guardano esterrefatti e si danno un pizzicotto per verificare la loro lucidità. Il bambino, dopo aver ossequiosamente ripetuto le tabelline, lancia uno sguardo al mio quaderno con i bilanci in partita doppia. “E’ matematica?” – “No, si chiama economia”. “Ma tu sei grande, fai la scuola media?”. Ci ho messo un po’ a spiegargli che l’avevo finita, perché giustamente non si spiegava che ci facessi con un quaderno di “matematica” se non andavo più alle medie. “E come ti chiami?” – “Io, Maria Luisa. Tu invece ti chiami Nikolas”. Ho visto all’improvviso il terrore attraversare i suoi giovani occhi increduli, spalancati dietro gli occhiali di gomma, mentre il labbro inferiore gli cadeva precipitosamente verso il collo.
“E tu come fai a saperlo???”
In quel momento ho imparato ad apprezzare la bellezza degli interminabili viaggi con le ferrovie dello Stato. E dello zapping.

sabato 22 marzo 2008

Tra morte e cioccolato

Si, si, tranquilli, non mi sono dimenticata. So che aspettate di leggere qualcosa sulla Pasqua, come se il vostro buon senso avesse bisogno di qualche tiepida rassicurazione. Ebbene, cari buon sensi dei miei cari amici, nemici e navigatori ignoti, questa volta non verrò a parlarvi della stantia speculazione promossa dal pulcino kinder e dal coniglietto pasquale. In fondo, trovo giusto che queste festività scandiscano la vita dei bambini, che altrimenti si annoierebbero durante i lunghi mesi invernali. Io, dopo il Carnevale, chiedevo sempre alla mamma quanti giorni mancassero per la Pasqua. E dopo la Pasqua, chiedevo quando arrivasse l’estate. Poi, con pazienza (di mia madre), si giungeva elettricamente al Natale.
La Pasqua, poi, è la festa degli ovettisti, gli amanti della cioccolata e delle brutte sorprese. Si aspetta trepidanti che il profumato guscio burroso a lungo covato dal supermercato si schiuda per via pugilistica, per poi trovarvi allegramente il portachiavi di Forza Italia in puro ferro dipinto a mano a Bangkok, o il calzascarpe di Veltroni – probabilmente usato. Se si è fortunati, si può addirittura scampare alla campagna politica, trovando utilissime miniature colorate di mucche e galline in plastica zecchina.
Io, conoscendomi, nell’uovo trovo soltanto il pelo.

In ogni modo, sappiamo che in realtà la Pasqua ci riporta a un serio e documentato evento storico. Trovo sorprendente che un uomo come tanti altri possa aver scatenato un tale rumore per la sua ordinaria morte. Molti sono morti prima di lui, e molti sono morti dopo. Tanti di questi sono anche morti innocenti, se è questo che gli si riconosce, e di pene analogamente umilianti e atroci. Ma nessuno è riuscito a riscuotere tanta fama. Eppure, quest’uomo non ha governato imperi, né tantomeno girato qualche colossal. Deve aver fatto qualcosa di ancor più strabiliante. Tuttavia, mentre su lady Diana leggiamo ancora bramosamente con quanti bambini africani abbia scattato fotografie e ci chiediamo se l’auto che l’ha mortalmente intrappolata fosse nero lucido o metallizzato, di quest’uomo nessuno vuole saperne niente. Perché? Chi era quest’uomo?
A ognuno l’ardua sentenza.

venerdì 14 marzo 2008

Stralci di vita lombarda

Cari amici, nemici e navigatori ignoti,

la vita cremomilanese mi ha inghiottita a tal punto da farmi trascurare il costante aggiornamento della mia pagina virtuale. Difficile riassumere le mie esperienze lombarde, ma tenterò di setacciarne per voi il succo più concentrato. Ho speso gran parte di questi giorni con Claudia, che ha generosamente condiviso con me la preziosa cucina della sua ancor più preziosa mamma, la soporifera camomilla al miele e vaniglia, le rigeneranti alpenliebe al caffè, il suo assuefacente letto a due piazze – vi avviso, spasimanti, questa ragazza vuole tutte le coperte per sé e si sveglia con strane canzoni nella testa -, le sue amicizie nordiche (di cui vi citerò i nomi più significativi: Cciosi e Monnega), e addirittura la palestra. C’è quella macchina-del-ginecologo e l’arriccia-addominali che mi hanno fatto impazzire. Dopo aver ripetutamente disintegrato ogni fibra, muscolo e giuntura della mia agonistica massa corporea implodendo sotto le stoiche sembianze di Popeye dopo un’indigestione di spinaci al bacon (ripresa fiato), era estremamente piacevole passare per la lavastoviglieinfasepostlavaggio, rusticamente detta “ciclo termale”. Nel bagno turco c’era quel penetrante vapore aromatizzato all’eucalipto che è piacevole quanto il sapone intimo al mentolo – provare per comprendere. La sauna, invece, mi dava di liquirizia, ma non ho avuto il coraggio di addentare i carboncini per capire se fosse Saila.
Il Master procede gloriosamente, io e Claudia restiamo sempre più colpite dal biondo amministratore che ci impartisce lezioni di contabilità, e oggi abbiamo registrato i primi bilanci in partita doppia, concedendoci solo qualche pausa ricreativa per pensare a quale forma geometrica corrispondesse ogni nostra amica o conoscente – sono venuti fuori rettangoli, sfere, rombi, triangoli isosceli, equilateri e scaleni, ma secondo me c’è anche qualche trapezio. Dopo le ultime vicissitudini in palestra, io sono senz’altro un ottagono con l'agilità e la scioltezza di una cassapanca in noce.
Ora vado a condividere con Claudia il nostro infuso pre-sonno, accompagnato dalle nostre abituali puntate di Scrubs che tengono vivo il nostro spiccato e acuminato senso dell’umorismo.
Cheers!

sabato 8 marzo 2008

Girl pride

La festa delle donne è bella perché è la festa della pace. Le donne sotterrano il rossetto della discordia (che bell’accrocco idiomatico) ed escono allegramente tutte insieme, dimenticando l’amarezza di ogni ostilità. Per una sera, non ci sono discriminazioni di marca di jeans né di scarpe, sono accolte pradine e topo-gigio-fa-mercato, senza animosità. Ciò non toglie, tuttavia, che anche per uscire fra donne sia necessario addobbarsi accuratamente con tanto di lucine intermittenti e stelle comete sparacoriandoli per vincere la tacita nomina di reginetta di bellezza della serata e possibilmente ricevere gli omaggi oculari del cameriere di turno. Questa festa, poi, è l'orgoglio delle femministe integraliste. Perché è giusto che la donna occidentale si emancipi, faccia carriera, si realizzi. Per il pranzo si può saltare in padella o ricorrere al riso che si gonfia, si serve e volendo si mangia anche da solo in tre minuti. Basta donna schiava zitta e lava, se gli uomini hanno fame, che aprano il frigorifero! Se vogliono la camicia pulita e stirata, che si rimbocchino le maniche! E se vogliono figli, che partoriscano! Che ci sia uguaglianza fra i sessi, diamine, chi l’ha inventata questa favola dei ruoli? Donne, lasciate calzini e pentole, e seguite l’impulso del vostro io. È vero, alla casa ci pensa Svetlana e ai bambini ci pensa Carmelita, ma stiamo lavorando anche per questo, e presto avremo Svetlano e Carmelito. Infatti, è giusto che gli uomini assemblino calce e mattoni a mezzogiorno in pieno agosto, ma non che le donne spolverino mensole e scaldino biberon, insomma. A questo punto, proporrei alle nostre beneamate femministe il prossimo passo decisivo: che le donne spostino gli armadi da sole, chi ha bisogno degli uomini? E la bottiglia di vino da stappare, l’auto che non si mette in moto, le valigie da portare all’undicesimo piano senza ascensore, il conto al ristorante? Tutto, le donne hanno il sacrosanto diritto di fare tutto ciò che fanno gli uomini.
E ora vado ad addobbarmi, che quando c’è modo di festeggiare siamo solidali con tutto, anche con il ramadan.

venerdì 7 marzo 2008

Lilliput a Gulliver

I miei viaggi sono sempre una nuova puntata di Bridget Jones alla conquista del West, ma questa volta è stato proprio strepitoso.
1. Arrivo a Firenze in ritardo e mi fiondo sul binario del treno per Milano – non per suicidarmi. Salgo e mi metto a mio agio, felice e sorridente di trovarmi in una carrozza favolosa, tutti eleganti, tutti distinti. Mi accomodo nella carrozza 4 al posto 56, come indicava la mia prenotazione. Peccato che il controllore infranga il mio sogno cenerentolesco per dirmi che ho sbagliato treno e che mi trovavo nella prima classe di un Eurostar, mentre il mio umile Intercity era stato spostato su un altro binario. Oh, gioia. Oh, gaudio.
2. Pago il sovrapprezzo, scendo a Bologna e cerco un altro treno per Milano. Ma non c’è fino alla sera. Quindi risalgo sull’Eurostar in tempi da record e arrivo gloriosamente a Milano.
3. A Milano, dopo essere stata travolta da qualche orda vichinga, adocchiata da qualche orda nordafricana e inseguita da qualche orda marocchina, faccio una passeggiata in Galleria ed esaurisco ogni energia concessami dai bicipiti a forza di trascinare il mio trolley (che per convenzione simbolica chiamerò Unhappy Hippo). Essendo senza meta fino alla sera, mi infilo nella Mondadori davanti al Duomo per accomodarmi nella sala lettura, che per disgrazia si trova al quinto piano. Dopo aver infelicemente trascinato Unhappy Hippo per cinque piani, mi accorgo che il signore accanto a me esce dall’ascensore.
4. Dopo un’ora, mi chiama il mio amico Michael per andare a prendere qualcosa da bere. Volentieri. Ma mentre ci incamminiamo, mi chiama la mia amica Angela, dalla quale avrei pernottato, dicendomi che devo essere da lei entro mezzora perché deve uscire. Disperazione.
5. Micheal ha la brillante idea di accompagnarmi in motorino. Sia me che Unhappy Hippo. Grazie al suo slalom americonapoletano tra il traffico milanese delle sei di sera, arrivo in tempo in tempo perché Angela se ne sia già andata. Ma ha lasciato le chiavi dalla vicina.
6. Io e Mike cerchiamo disperatamente questa vicina introvabile, dopo di che lui galantemente facchina Unhappy Hippo per le scale fino al mio piano.
7. Dormo con Angela. Al mattino, per non spogliarmi davanti a lei, mi giro e mi spoglio furbamente davanti alla finestra – non c’è bisogno di altre spiegazioni qui. Solo un genio come me può fare certe cose.
8. Accompagno Angela al lavoro, a S. Vittore, e faccio colazione con un mafioso ergastolano. Che emozione.
9. Vado a lezione, e mentre il mio prof trentenne spiega l’equazione di bilancio, io mi perdo nell’eleganza della sua cravatta e osservo come abbia egregiamente rasato il pizzetto biondo. Io e Claudia non seguiamo più il discorso.
10. Dopo le nostre otto ore di lezione, prendiamo il treno per Cremona. Troviamo un piccione in carrozza e siamo tutti più euforici. Al momento di scendere, io e Unhappy Hippo ci buttiamo dal treno mentre Claudia ride istericamente che è la fermata sbagliata. Oh, gioia.
11. Sono finalmente a Cremona, ma sono felice, perché domani è la festa della donna.

lunedì 3 marzo 2008

Reminiscenze estetiche

Qualche giorno fa, osservavo la mia bella mimosa in giardino. Gialla di quel giallo che ti fa rallentare, perché pensi che qualcuno abbia fatto un incidente. Brillante, profumata. Peccato che duri così poco. Forse è proprio per questo che l’hanno scelta come simbolo della festa delle donne.
Ah, che bella festa, la festa delle donne. Non vedo l’ora che arrivi. L’hanno scorso in un ristorante a Forlì a me e Claudia regalarono una seduta relax in un centro estetico, e quest’anno abbiamo deciso di festeggiare allo stesso modo a Cremona. Quella volta camminammo per mezzora al buio sotto la pioggia per raggiungere il posto, ma ne era valsa la pena. Ricordo ancora il bagno turco, con quegli spruzzi di vapore che ti assalgono da tutte le parti per farti provare l’ebbrezza di sentirti un pollo stufato – o una zucchina bollita, a scelta. Il solletico del sudore lungo la schiena, io che tento di parlare con Claudia (ma per mancanza di ossigeno opto per i segnali di fumo con l’asciugamano), il fondoschiena instabile che sguilla sulle panchine bagnate. Che personaggi, i turchi. I bagni alla turca fanno schifo, ma i bagni turchi sono uno schianto. Poi, uscendo dalla sala dei turchi, ci si imbatte nell’inevitabile checca muscolosa che si depila anche dentro il naso e che sfila da perfetto automa fissando un punto indefinito nello spazio. Dopo che abbiamo totalmente ignorato il suo virile sfoggio di calvizie corporale, ci immergiamo nelle mille bolle dell’idromassaggio e io sprofondo nella pace dei sensi perdendomi nelle spirali dei miei illuminanti pensieri ascetici. Quando la nostra pelle raggiunge finalmente la parvenza di una novantenne tartaruga rugosa, abbandoniamo a malincuore l’acqua per chiuderci nella siccità della sauna. Lì si che si respira. Quella stuzzicante aria del Sahara nell’accogliente luce giallastra esaltata dal secco calore del legno e dei carboni. Una toccasana sudorifera che ci porta a invocare Apu Illapu attraverso un’aborigena danza della pioggia. Infine, ci aspettano gli inquietanti raggi della lampada. Mi incremo al punto che qualsiasi abbraccio mi avrebbe fatto saltare a mo’ di palla matta per tutto il centro estetico, e affronto la mia prima – e ultima - esperienza nella gabbia del terrore. Quei tubi di neon mi proiettano nel mistico mondo extraterrestre, tanto che intono per tutto il tempo la sigla di x-files calandomi nel ruolo dell’abominevole alieno incremato.
Un’esperienza magica e rigenerante, che solo la miracolosa festa delle donne poteva concedermi. Ah, che bella festa, la festa delle donne.
Ma credo sarà meglio parlarne al momento opportuno.

sabato 1 marzo 2008

La paladina della giustizia

Ieri, parlando con un amico, mi sono autonominata paladina della giustizia.
Ma d’altronde c’è bisogno di una paladina della giustizia nella mia città. Perugia, si sa, è la città dell’orrore. Famosa perché una studentessa inglese in Erasmus è stata inaspettatamente e crudelmente sgozzata da un’americana, un pugliese e un africano, mentre partecipava a un innocuo festino universitario orgiastico signoreggiato da droga e alcol (vergogna, perugini, vergogna). Poi c’è il neonato sgorbio acrobatico, eufemisticamente detto minimetrò, che si muove come una falce sopra le teste dei perugini salassati per incutere tutto il suo lento terrore nelle menti di grandi e piccini. Per non parlare dell’esagerata concentrazione dei dispettosi vigili-folletto, ormai estesi su tutto il territorio nazionale. I vigili-folletto si nascondono dentro le campane della raccolta differenziata, nei cassonetti e nei tombini in prossimità di tutti i parcheggi. Lì, attendono tutto il giorno cheti e silenziosi che andiamo a fare il biglietto dell’orario del parcheggio per correre a incollarci una multa sul cruscotto prima che torniamo (suvvia, dopo anni di allenamento marziale, dovranno pur sfoggiare il loro scatto del giaguaro N°4). Torniamo all’auto, c’è la multa, ma loro non ci sono, perché sono volati repentinamente nella loro campana, cassonetto o tombino (il più lento paga da bere – rigorosamente redbull). Così, se vogliamo contestare la multa dobbiamo andare a farci due giornate di fila e riempire sette pile di moduli in cui ci chiedono anche se pensiamo di cambiare sesso prima o poi e se abbiamo un nano di gesso di nome Eustachio in giardino.

Bene, tutto ciò per ringraziare il mio caro amico Mateo, che, dopo la mia autonomina di paladina della giustizia, mi ha fatto vedere la mia versione cartonata. Ne sono rimasta talmente folgorata che domani mattina uscirò di casa attaccata al tettino della macchina di Sumiko con un fioretto in bocca.

(Sumiko è mio padre, ma quella è un’altra storia)