lunedì 21 aprile 2008

La dura legge dell'ego

Ricordo che la nonna amava guardare il telegiornale, e guai a chi interrompeva il telecronista mentre descriveva la forma dei massi che ricoprivano i poveri corpi delle vittime del terremoto. E i diciottenni schiantati ubriachi, il nonno che uccide il nipote, il bambino abbandonato, il camion ribaltato, la desolazione dello Tzunami. Come per magia, il mal di schiena si dissolveva, l’artrite si addolciva, la pressione si stabilizzava, la pensione aumentava. A volte le disgrazie altrui ci aiutano ad apprezzare la nostra fortuna. Ci aiutano a sentirci più forti, più sicuri, più ricchi. Da tutto ciò ho dedotto la nostra bizzarra e deliziosamente egocentrica visione della vita, secondo la quale è più piacevole gioire dei fallimenti che dei successi altrui. Il flusso degli eventi diventa così un lungo metro di misura della nostra fortuna: se a un incognito x va tutto bene, io sono un povero derelitto. Ma se gli va male, in fondo non posso lamentarmi della mia condizione. Mi piace chiamarla “la dura legge dell’ego”, che ci rincuora e ci rinvigorisce, e che nel contempo ci devasta e ci logora, sgranocchiandoci le spalle che si fanno sempre più strette e curve. È questo il decadente percorso che trasforma i belli in vanesi, le magre in anoressiche, gli abbienti in avidi, gli ambiziosi in arrivisti, i talentuosi in megalomani, gli intelligenti in presuntuosi, i colti in saccenti. E il nostro apparente arricchimento ci deturpa di ogni previa prosperità, lasciandoci soli con il nostro deserto ego patinato.
Zitti, che comincia il TG.

lunedì 14 aprile 2008

Ma è bello ciò che piace

In questi giorni ho avuto modo di meditare su quanto possa influire la visione degli altri sulla nostra visione del mondo. È il principio infallibile della moda. Non importa che la nostra acconciatura assomigli a un lampadario o i nostri stivali siano decorati con marmotte morte, perché siamo squisitamente alla moda. Se qualche anno fa tutti trovavano adorabili le zampe di elefante, ora siamo tutti amanti degli struzzi e i nostri pantaloni devono risucchiarci le caviglie per essere belli. Il nostro equilibrio si sposta come il nostro punto vita, che passa dall’ascellare al sacrale con una rapidità spaziale. La massa segue la massa, inseguiamo ideali celestiali come la pace del mondo e appendiamo la bandiera dell’arcobaleno accanto all’antenna parabolica, come tanti figli dei fiori appassiti. Seguiamo il principio dell’uguaglianza e della parità dei compensi, perché tutti possano essere sullo stesso livello, non importa che tu ti sia fatto il mazzo per diventare qualcuno o che l’unico mazzo che tu abbia mai visto sia quello delle carte. Mangiamo sushi, tofu, soia, e ogni tanto anche un po’ di sabbia del giardino zen, perché è troppo in. E ancor più a fondo, troviamo il nostro nobile principio dell’ingordigia: tutto quello che hai tu, devo avere anche io. Non ci sentiamo sicuri del nostro giudizio né del nostro gusto, abbiamo costantemente bisogno della conferma della rassicurante opinione altrui, di qualcuno che detti la moda per noi, di qualcuno che ci rappresenti, che ci guidi. (a proposito, presidente siamo con te).
Tutto questo per dirvi che le ciabatte da infermiere colorate in tinte da evidenziatori indossate sopra i calzini altrettanto antinebbia, fanno veramente schifo, ragazze.

lunedì 7 aprile 2008

...e ti dirò chi sei

Ieri sera, durante un teso passatempo post-piadina a casa di una delle mie nuove conoscenze pseudo-lombarde, i presenti hanno tirato fuori la seguente serie di aggettivi su di me:

- rossiccia
- letterata
- osservatrice ma prudente
- silenziosa
- controllata e razionale
- allergica alla mozzarella
- viaggiatrice ignota
- sofisticata.

A parte l’evidenza della mia lieve intolleranza alla mozzarella, devo essere nitida nella mia nebulosità, se sette persone che mi conoscono da appena un mese mi hanno già inquadrata in tal modo. Che io sia letterata, fa onore a me quanto vituperio ai veri letterati, a cui chiederò in prestito la momentanea gloria dell’attributo. L’osservatrice prudente mi piace, e l’essere silenziosa ne è una diretta conseguenza. Osservare in silenzio per studiare i movimenti altrui e agire prudentemente è una dote che ho sempre ricercato. Che io sia controllata e razionale è venuto fuori da qualcuno che mi ha vista solo due volte, e ciò mi meraviglia positivamente, mentre il mio ego maschile scodinzola lietamente per il succulento osso che ha ricevuto. Sofisticata? Mi rendo conto che è ciò che posso dare a vedere. Viaggiatrice ignota è la definizione che mi è stata data dall’unica persona che mi conosceva bene ieri sera. Ed è forse quella in cui mi riconosco di più. Mi sento perpetuamente forestiera e raminga nei miei incessanti viaggi fisici e mentali, tra gli arcipelaghi dei miei dubbi e i fiordi segreti delle mie tacite certezze.
E per quanto riguarda il mio colore, credo che ognuno veda i colori che desideri vedere.. il daltonismo è solo apparente.