giovedì 29 novembre 2007

La parabola del camin furfante

Mi incanto adagiata (o stravaccata) su una poltrona di pelle nera con i piedi nudi incrociati davanti all’iridescente tepore del caminetto del mio salotto. I miei calzini rosa mi guardano dal divano. Mi sento molto Sherlock, solo che, al posto di un libro tra le mani, ho un portatile sulle ginocchia. In mancanza d’altro, chiamerò Watson il mio placido calzino rosa. Ascolto in silenzio la scoppiettante sinfonia delle fiamme e ripenso alla storia di questo camino.

L’inverno passato, il camino del salotto non venne mai acceso. Questo perché, l’inverno precedente, mio padre mise ad ardere una tavoletta di pino e una scintilla provocò una bruciatura sul chiaro velluto del divano. Per la delusione e lo sconforto, colpevolizzammo inconsciamente il caminetto malfattore e non lo accendemmo più. Non si sentì molto la sua mancanza, vista l’allegra compagnia di due camini per il barbecue, un forno a legna, e altri due caminetti dentro casa, per un totale di cinque punti fuoco.

Stasera, dopo due anni, mio padre ha deciso di riaccendere il sesto camino malfattore nel salotto, guardandosi bene dall’attizzarlo con tavolette di pino. Le fiamme si sono timidamente avviluppate attorno ai tronchi di legna, inebriando soavemente il gelido salotto con il piacere del loro tepore, e rischiarando i nostri pallidi volti di un bagliore cangiante.

Questa breve ma abissale storia, mi ha fatto pensare a quanti caminetti apparentemente malfattori condanniamo quotidianamente al silenzio per via di mere scintille, provocate in realtà dalle nostre stesse scoppiettanti tavolette di pino, privandoci così del piacere che il loro calore e la loro luce potrebbero offrirci.
Non lo trovi elementare, Watson? (il mio placido calzino rosa tace in segno di consenso)

domenica 25 novembre 2007

Due medici in famiglia

Mio padre e mio fratello sembrerebbero persone sommamente serie e intelligenti. Profonde, pensose, intellettuali. Mio padre, stimato medico da oltre 25 anni; mio fratello, 24enne laureando in medicina con una media vertiginosa, fidanzato da sette anni con un altro 110 e lode in medicina. Trascorrono i pasti intavolando dibattiti sulla diffusione del bacillo della lebbra.

Ma nella quotidianità più casalinga emerge tutta quella insania che cotanta genialità dovrà pur sfogare in qualche modo. Mio fratello ieri non riusciva a trovare il pane in freezer perché nascosto dall’imponente ombra delle patatine fritte, né i calzini neri nel cassetto perché abbacinato dall’accecante splendore di quelli bianchi. Mio padre, invece, stasera stava per farsi un bel piatto di ravioli ricotta e spinaci in brodo (d’altronde, tutto ciò che è di colore chiaro e impacchettato in plastica trasparente assomiglia ai tortellini… che poi siano tagliatelle, gnocchi o gamberetti sgusciati, poco importa. Tutto fa brodo, anche la gallina vecchia, e lo fa pure buono).
Dopo cena, mio padre illustrava alla fidanzata di mio fratello il suo ultimo progetto di partire per Edimburgo a fare il “ragazzo” alla pari, mentre mio fratello imitava egregiamente una gallina che vagabondava per la stanza, con tanto di estensioni telescopiche del collo e occhi orbitanti a palla. Mi ha fatto venire in mente una scena di pochi mesi fa, quando la badante di mia nonna chiese “quello è il famoso nipote medico?”, e girandomi verso di lui lo vidi accovacciato con il walkie-talkie di mia nonna vicino alla bocca mentre diceva: “sono dentro”.

Non so se attribuire tale sfoggio di estro a uno sfogo post-studio o alla mera appartenenza al genere maschile. Ma propendo per la seconda.

sabato 17 novembre 2007

Lady (lady?) Oscar

Nell’ultimo mese, ben quattro persone mi hanno chiesto se ho mai provato a farmi più bionda. Ho sempre risposto di no. Questa sera mi è preso il matto e ho deciso di potergli dire di sì.

La confezione del trattamento schiarente della Testanera (marca alquanto ossimorica per uno schiarente) la metteva come un gioco da ragazzi. Fatto sta che mi sono ritrovata nel bagno di camera mia con dei guanti da chirurgo a smistare fialette e polverine nell’intento di creare la magica lozione rivelatrice. Lascio la lozione agire per una mezzora. Lavo i capelli e la visione della mia chioma chimicamente alterata sconvolge i miei deboli tendini (che cedono di fronte allo smisurato peso del phon chiedendo aiuto ai piedi).

Assicuro all’universo che non l’ho fatto per ricevere sinfonie di messaggi dall’alto contenuto di pathos del tipo “il cielo nei tuoi occhi e il sole nei tuoi capelli”. È più probabile che l’abbia fatto per somigliare a Lady Oscar (il mio travestito preferito).


Forse chi mi ha chiesto se ho mai provato a farmi più bionda intendeva dirmi “non farlo, perché faresti schifo”.

Ora che faccio, vado da un parrucchiere a barattare l’oro dei miei attuali capelli con la mia vecchia cenere?

Sarà meglio che prima ricoveri il mio alluce incidentato da scontro violento con phon irrequieto.

venerdì 16 novembre 2007

Se bevo Rocchetta divento più verde?

Sveglia alle 11.15. Lo so, oggi ho superato me stessa, ma il mio consanguineo vicino di stanza aveva qualcosa da urlare per telefono a qualcun altro (dopo aver scoperto che al suo ultimo ordine via internet di piante tropicali dal Madagascar gli hanno addebitato 620 euro invece che 62).
Mi alzo dolorante dal letto per i lividi della caduta di ieri (beh, succede che la gente cada mentre scende le scale. La mia originalità, tuttavia, mi ha consentito di cadere mentre salivo).
Scendo in cucina (senza cadere) e mi accorgo che manca l’acqua frizzante. Sento di non poter sopravvivere senza. Urlo al mio urlante consanguineo che vado al supermercato.

Succede sempre così. Quando entro nel supermercato, mi dimentico improvvisamente cosa mi serviva e farcisco il carrello di cose fondamentalmente superflue. Vedo in offerta la pasta sfoglia e il pesto… prendo entrambi. Un bel piatto di pasta (sfoglia) al pesto è sempre gradito, no? (e poi piace anche a Terence)

Gli scaffali del supermercato sono ormai pieni di cibarie prettamente natalizie. Ho notato, tuttavia, che da qualche anno a questa parte è davvero raro trovare dolci tradizionali. È scoppiata la moda dei Panettoni modificati (con gocce di cioccolato, con solo uvetta, con pasta di mandorle, con frutti di bosco, con fichi secchi – si saranno accorti che i canditi facevano schifo?) e dei Pandori travestiti (da tronchetto di Natale, da Profiterole, da Mimosa, da Saint Honoré, da Coppa del Nonno, da Zuppa inglese, da Crème brûlée, da torta di Vienna, da Panna cotta, da Bacio perugina…). Aspetto con ansia che mascherino il Pandoro da Kinder Bueno o da semifreddo al Pistacchio di Bronte.

Arrivo all’acqua. Noto che le bottiglie di acqua naturale (o effervescente naturale) sono trasparenti o verdi. Evidentemente il verde ispira naturalezza. Quelle di acqua frizzante, invece, sono trasparenti o blu. Però non capisco, cielo e mare sono naturali quanto muschi e licheni. Mah.

Davanti a me si staglia padroneggiante la pubblicità dell’acqua Rocchetta: l’acqua che fa bene alla salute. Sottile, pungente, si insinua in me un dubbio atroce. O quella frase è una propagandistica tautologia (come dire “l’acqua è l’acqua”), oppure per tutta la vita ho bevuto acque che non fanno bene alla salute.

Spero nella tautologia e compro Levissima frizzante.




martedì 13 novembre 2007

La relatività dei pronomi relativi

Mia madre insegna musica alle scuole medie. Quando riporta a casa le verifiche dei suoi alunni è sempre un momento di ludico intrattenimento sociale. Questa volta la verifica era un lavoro di gruppo da svolgere a casa: ogni gruppo doveva rispondere a cinque criptiche domande sul film visto in classe Amadeus.

Teniamo in considerazione che si tratta di ragazzini di terza media, quindi prossimi quattordicenni con il potenziale diritto di cadere per le strade su due ruote dopo aver fatto lo slalom tra le nostre automobili.


In quasi otto anni di scuola dell’obbligo i ragazzi hanno fatto “studi sociali” (ma cosa sono?), educazione tecnica, educazione artistica, educazione fisica, educazione stradale, educazione sessuale, educazione alimentare e primo soccorso.
Ma non hanno imparato a scrivere. E probabilmente neanche a leggere. Quindi neanche a parlare. In particolare, deduco che abbiano un’idea alquanto vaga dei pronomi relativi, così come dell’esistenza della virgola e dell’accento (ovvero, non ce l’hanno affatto). Ho copiato qualche “sprazzo” delle risposte più significative - quanto tristemente ilari.

- “Salieri ricorda quando era giovane la quale era invidioso del bambino prodigio Mozart”
- “Salieri fu mandato via da Salisburgo perché Mozart aveva una relazione con suo figlio”
- “Per me è importante perché e più dettagliato un film che un libro”
- “Si perché esso può approfondire la vita e le abitudini la quale possono portare a capire la persona e l’ambiente in cui si tratta”
- “cosi fuggi a Vienna come libero artista dove scrisse Il flauto magico. A causa dell’alcool mori”
- “Salieri si sentì colpevole della sua morte, che un genio fosse gettato in una fossa comune, che cercò di suicidarsi e finì in manicomio”
- “Mozart aveva 1 figlio non due come dice la vita”
- “Nei ultimi sprazzi della sua vita Mozart per ordine di un signore in cappucciato scrisse il Requiem. Anche se non riusci a scriverlo perché mori”


Non ho altro da aggiungere, Signor Giudice.

lunedì 12 novembre 2007

La versatilità del mio volto

Avrei voluto mettere qui delle splendide foto scattate su una Harley Davidson. E lo avrei fatto se in fiera non mi avessero meschinamente rubato la borsa con tanto di fotocamera digitale. Venerdì sera la borsa non c’è più e i miei lineamenti si incrinano increduli (faccia da Pierrot), ma davanti agli altri fingo stoica impassibilità (faccia da Zenone con emorroidi). Nel bagno mi grondano Tzunami dagli occhi (faccia da ritratto di Dorian Gray all'ultimo stadio). Le standiste della Harley mi soccorrono ristabilendo l’equilibrio del mio maquillage devastato (Dorian Gray sotto restauro). Vado a denunciare la scomparsa e mi si infuocano gli occhi (faccia da Mahori con congiuntivite). La borsa è stata ritrovata, ma mancano soldi e fotocamera (faccia da Calimero). Tuttavia, Montale è ancora lì, intatto. Leggo Epigramma e il mio volto a basso consumo torna a brillare.

Per quanto riguarda il mio lavoro a Eicma Moto:

- ho scoperto che sono abbastanza bassa e abbastanza color bianco morte da essere un’icona di bellezza per Chinatown. E i miei occhi sono abbastanza chiari da essere considerata merce di scambio tra gli Emirati Arabi;
- la pasta scotta della Yamaha non regge il confronto con i raffinati buffet scroccati alla Suzuki;
- i cerotti per i calli non sono mai abbastanza;
- i cetrioli antiocchiaie neanche;
- ma nemmeno sette paia di collant (minimo quattordici più uno smalto trasparente);
- il sudore della gente accalcata può implicare la necessità di mascherine antigas.

Non lavorerò mai più in una fiera che non sia ESCLUSIVAMENTE per operatori.

domenica 4 novembre 2007

Donne e motori....


AARGH.

Stanotte devo svegliarmi alle tre per andare a Milano. Io di solito vado a letto alle tre. Come si fa a svegliarsi nel momento in cui si prende sonno? Dovrò intervenire artificialmente nel mio anomalo rapporto con il letto.

Tuttavia, credo che sto cominciando ad abituarmi alla vita da nomade: sto via una settimana e non ho ancora pensato a cosa mettermi in valigia. Ma ci sono cose che non si possono dimenticare:
- tappi per le orecchie;
- biglietti da visita;
- cerotti per i calli;
- sette paia di collant;
- quattordici paia di scarpe;
- Brufen in compresse;

- cetrioli (sgonfia borse sotto gli occhi);
- "the best of Montale" per le pause riflessive;
- il mio bagnoschiuma Femme (che mi ricorda che sulla culla avevo un fiocco rosa);
- Alpenliebe al caffè per tenermi sveglia (non perché siano al caffè, ma perché sono buone).

Ora che ricordo di aver avuto un fiocco rosa sulla culla, però, ricordo anche che non so come farò a lavorare in una fiera di moto. Sarà meglio che vada a inghiottire il manuale illustrativo della Datatag.

Sperando di digerirlo.

sabato 3 novembre 2007

Continuavano a chiamarlo Terence

Da bambina ero fidanzata con Terence Hill. Peccato che non sia mai riuscita a confessarglielo, perché ero davvero innamorata (che volete, le mie amichette erano innamorate di Shiro e dell’Uomo Tigre). Quando mi dissero che il suo vero nome era Mario, fu come scoprire che il vero nome di Babbo Natale è “babbo” e basta (o meglio, “portafogli del babbo gestito dalla mamma”). Ma continuai a chiamarlo Terence.

Chi l’avrebbe mai detto, proprio ora che ero riuscita a dimenticarmi di lui, che ci saremmo ritrovati a mangiare trofiette al pesto genovese guardandoci negli occhi? Non so come, ma mio padre ha resistito alla tentazione di fargli cantare la canzoncina di Io sto con gli ippopotami e di domandargli se davvero mangiava tutti quei fagioli quando recitava con il compare Spencer.


Qualche nota curiosa:

- ha travolto un tavolino di cristallo e rischiato di demolirlo (meno male che sono intervenuti i miei a soccorrerlo – il tavolino, intendo);
- è ALTO, MAGRO e LAMPADATO. Sembra un attore;
- ha un lieve accento americano;
- ha 3 ettari di prato attorno alla sua casa in Massachussets - ma non sa che il prato si deve anche tagliare;
- quando gli è stato chiesto se voleva più pasta, ha risposto che avrebbe finito quella della ragazza accanto che ne aveva lasciata un po', e le ha preso il piatto. Adorabilmente vichingo;
- poco dopo un’avvincente dibattito sulla differenza tra baccalà e stoccafisso, mi ha detto che ho dei bellissimi occhi. Ma assomiglio a un baccalà o a uno stoccafisso?

Avrebbe potuto funzionare fra noi. Maledetto gap spazio-tempo-generazionale.

A tutte le mie amichette che non mi credevano quando dicevo di essere la fidanzata di Terence Hill....


venerdì 2 novembre 2007

Pistacchiosofando - non tutti i pistacchi sono di Bronte


Non mi è mai piaciuto il gelato al pistacchio. Sempre detestato. Per prima cosa, non ho mai compreso la possibilità del connubio tra quei croccanti cosettini salati e la cremosa dolcezza del gelato. E' come dire "salsicce al torrone" o "budino alla rucola". E, seconda cosa .... FS.

(Fa Schifo)

Si può immaginare il gaudio della mia espressione stomacata di fronte alla mia migliore amica che, l'inverno scorso, mi propose di assaggiare una golosissima "crema dolce al pistacchio" dicendomi che sapeva di Nutella (andiamo bene...).

Un po' per femminile curiosità, un po' per insito masochismo, avvicinai la punta di un cucchiaino alla bocca con una smorfia che mi faceva somigliare a un sofficino Findus appena fritto. Solo allora realizzai l'esistenza di un pistacchio superiore, un signor Pistacchio, il re di tutti i cosettini sgranocchini salatini che trangugiamo col Martini (ok, penso che basti): il pistacchio di Bronte. Dicono si chiami così questa particolare qualità di pistacchio in grado di trasformarsi in divini nettari di cremosa dolcezza.


In preda alla dipendenza prodotta da questa sostanza iperassuefacente, io e Claudia decidemmo di chiedere al nostro gelataio di fiducia di metterci nel cono (dicesi mezzo chilo di gelato avvolto da una cialda) del gelato al pistacchio. L'unica cosa che ci spinse a osare tanto era il colore del gelato: non era il verde pistacchio che tutti conosciamo (quell'accecante colore antinebbia-psichedelico-friggiretina), ma un colore opaco, spento, poco attraente, tra il verde militare e l'avana... una sorta di mimetica frullata.

Da quel giorno, per me non c'è cialda senza pistacchio. Ma che assomigli al frullato di mimetica, altrimenti FS (e torniamo al budino di rucola). Leccare per credere.