giovedì 29 novembre 2007

La parabola del camin furfante

Mi incanto adagiata (o stravaccata) su una poltrona di pelle nera con i piedi nudi incrociati davanti all’iridescente tepore del caminetto del mio salotto. I miei calzini rosa mi guardano dal divano. Mi sento molto Sherlock, solo che, al posto di un libro tra le mani, ho un portatile sulle ginocchia. In mancanza d’altro, chiamerò Watson il mio placido calzino rosa. Ascolto in silenzio la scoppiettante sinfonia delle fiamme e ripenso alla storia di questo camino.

L’inverno passato, il camino del salotto non venne mai acceso. Questo perché, l’inverno precedente, mio padre mise ad ardere una tavoletta di pino e una scintilla provocò una bruciatura sul chiaro velluto del divano. Per la delusione e lo sconforto, colpevolizzammo inconsciamente il caminetto malfattore e non lo accendemmo più. Non si sentì molto la sua mancanza, vista l’allegra compagnia di due camini per il barbecue, un forno a legna, e altri due caminetti dentro casa, per un totale di cinque punti fuoco.

Stasera, dopo due anni, mio padre ha deciso di riaccendere il sesto camino malfattore nel salotto, guardandosi bene dall’attizzarlo con tavolette di pino. Le fiamme si sono timidamente avviluppate attorno ai tronchi di legna, inebriando soavemente il gelido salotto con il piacere del loro tepore, e rischiarando i nostri pallidi volti di un bagliore cangiante.

Questa breve ma abissale storia, mi ha fatto pensare a quanti caminetti apparentemente malfattori condanniamo quotidianamente al silenzio per via di mere scintille, provocate in realtà dalle nostre stesse scoppiettanti tavolette di pino, privandoci così del piacere che il loro calore e la loro luce potrebbero offrirci.
Non lo trovi elementare, Watson? (il mio placido calzino rosa tace in segno di consenso)

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